Aversa

Coronavirus, 10 anni dopo: il racconto ai nipoti di un nonno del Sud Italia

di Donato Liotto – Dieci anni fa abbiamo vissuto giorni strani, eravamo bloccati nelle nostre case senza poter uscire, sono state settimane fuori dal normale. Le negazioni più brutte di quel periodo erano soprattutto quelle del non poter vedere e abbracciare o baciare più nessuno. Assurdo davvero. Certo, non come ora, venite a darmi un grande abbraccio e un bacio cari nipoti. Sapete, per voi, oggi, ricevere o dare un abbraccio è una cosa normale, è bellissimo. Un tempo, molto tempo fa, ci fu negato, non si poteva fare. Non ci credete? Dai che vi racconto una bella storia, venite a fianco a me ora posso iniziare a raccontare, ascoltate con attenzione.

Sì, ricordo bene quel periodo, sono trascorsi dieci lunghi anni da quel lontano mese di febbraio del 2020. Mai e poi mai avremmo potuto immaginare quello che stava per succedere all’intera umanità, un flagello, un terribile male si abbatté su di noi, un male oscuro, misterioso, non fece distinzioni né di razze, né di popoli, non guardava davvero in faccia a nessuno. Piombammo in uno stato d’ansia terribile, ricordo bene quei momenti, le nostre preoccupazioni, la nostra paura, questo flagello, questo mostro si chiamava Coronavirus.

Certo, a raccontarlo ora a voi nipoti, voi che avete dieci e undici anni, sarà difficile comprendere. Forse potreste pensare che nonno sta per raccontare una cosa inventata, purtroppo è tutto vero. La chiameremo “La Storia del Mostro Corona” e di come le persone, i popoli, lo hanno affrontato e sconfitto. Vi ho detto subito come finisce la storia, così non vi spaventate. Inizio col dirvi che, all’epoca si andava sempre di fretta, le famiglie si vedevano poco o niente, quando si ritornava da lavoro non c’era mai tempo per ascoltarci gli uni con gli altri. La vita era davvero frenetica, tutti pensavano a se stessi, eravamo davvero molto stupidi, superficiali, per non dire egoisti, per noi contavano solo le cose effimere. Erano tempi quasi simili ai tempi di oggi. Oggi, per l’appunto, siamo molto diversi, siamo più uniti, siamo migliorati davvero tanto, e sapete a chi dobbiamo in un certo qual modo ringraziare se oggi siamo più uniti? Proprio a lui, il mostro coronavirus.

Mi spiego meglio: era un mostro indistruttibile, attaccava le persone in modo subdolo, era viscido, invisibile come un fantasma, per questo pericolosissimo. Noi ne sentivamo parlare, si era saputo che, i primi ad essere attaccati da lui furono i cittadini delle popolazioni asiatiche. La Cina, infatti, per prima fu colpita; però la Cina era lontanissima da noi, e quindi eravamo tranquilli, ci illudevamo: tanto da noi come sarebbe mai potuto arrivare da così tanto lontano? Fu un grave errore, la nostra superficialità e stupidità ci indusse a continuare a vivere la nostra vita come se nulla fosse, ognuno pensava a se stesso, eravamo davvero egoisti. Intanto, in Cina, nel giro di poco tempo, ci furono tanti morti, tante persone colpite dal virus malefico. “Poveretti”, sapevamo solo dire questa parola. Una sera, però, cambiò tutto. Era febbraio del 2020, le televisioni iniziarono a dire attraverso i telegiornali che il mostro era sbarcato da noi. Tutti a chiederci: da noi, ma dove? Era arrivato al Nord dell’Italia. Ma continuavamo a essere superficiali, e abbiamo pensato che noi stavamo al Sud, pertanto che c’è ne fregava!

Il Mostro Corona era potente, era velocissimo, e difatti, un poco alla volta, iniziò a infettare il Nord, ogni giorno i numeri degli ammalati aumentava, e con esso quello dei morti: uno, due, cinque, poi cento, nel giro di pochi giorni furono infettate migliaia di persone, e ci furono tantissime vittime al Nord soprattutto, ma anche al Sud. Finalmente scesero in campo i nostri potenti governanti, loro sapevano tutto e dovevano dirci cosa fare come sconfiggere questo mostro? Ci dissero solo: “E’ vietato abbracciarsi, baciarsi, stringersi le mani, vedere i parenti, gli amici, restate chiusi in casa, senza uscire mai per almeno tre settimane, solo così possiamo vincere e abbattere il coronavirus”. Sulle prime, avevamo preso a cuor leggero le parole dette da chi ci governava, ricordo che per alcuni giorni abbiamo continuato imperterriti a uscire, a frequentare i locali, a stare sempre in piazza circondati da tanta gente, soprattutto ci abbracciavamo, ci scambiavamo tanti baci. Il Mostro Corona era così che ci uccideva: bastava un abbraccio, un bacio, una stretta di mano e lui era pronto a colpire.

Cari nipoti, non ci crederete, ma siamo stati con i nostri abbracci a farlo venire tra noi. Impensabile, inaudito, non potevamo credere che un abbraccio, un bacio, che sono le cose più belle per le persone di tutto il mondo a mostrare affetto e amore, fossero invece divenuti le armi micidiali del Mostro Corona. Fu così che il virus arrivo da noi, al Sud dell’Italia, e poi si estese in modo viscido nei nostri paesi, nelle case dei nostri vicini. Il terrore era davvero tanto. Ormai la Cina, l’Italia del Nord, non erano più così lontane, eravamo uniti nella disgrazia e nella lotta contro questo apparentemente invincibile mostro. Allora, i nostri governanti ci ordinarono ancora una volta che dovevamo resistere solo quindici giorni chiusi in casa. Le prime giornate iniziarono con uno spirito ottimistico, stavamo ognuno nelle proprie abitazioni, con le proprie famiglie. Avevamo un unico obiettivo che ci univa: sconfiggere il mostro. In quei drammatici giorni abbiamo iniziato a conoscere le cose belle della vita, cose che c’erano sempre state, ma che noi non riuscivamo a vedere a causa della nostra frenetica vita, e in primis riscoprimmo la famiglia, lo stare assieme, ma assieme per davvero! La normalità: è la bellezza delle cose semplici, i papà che giocavano con i loro bambini, mamme che venivano aiutate dai figli in tutte le faccende domestiche, la sera poi, tutti attorno al tavolo cenavamo e parlavamo, parlavamo tanto, mai come avremmo fatto in un intera vita. Ci stavamo conoscendo, stavamo riscoprendo tanti valori che avevamo perso.

Intanto, fuori il mostro mieteva molte vittime, ma noi eravamo tranquilli, non avevamo paura perché ad affrontarlo erano scesi in campo i nostri angeli, i nostri eroi, erano persone come noi, che amavano il loro lavoro, lottavano per tutti noi, instancabilmente, giorno e notte, e per questo erano da ammirare e sostenere. Erano i medici, i dottori, infermieri, biologi, scienziati, protezione civile, forze dell’ordine; tutti, con grande spirito di abnegazione, a lottare contro il virus. Nel frattempo, avvenne un primo miracolo: eravamo diventati più attenti gli uni verso gli altri, eravamo presenti e solidali, ma non solo tra di noi, anche altre persone, altre famiglie fecero queste cose, difatti tutti assieme, l’intera popolazione, da nord a sud, ci affacciavamo ai balconi, alle finestre di ogni palazzo, in ogni città d’Italia, in ogni angolo della nostra amata Italia, cantando l’inno della Patria.

Una piccola riflessione, su questo aspetto, cari nipoti ve la devo fare. Già, fu una cosa strana davvero, e dovrebbe comunque essere una cosa normale quella della condivisione tra i popoli. La verità è che, prima dell’attacco del mostro, l’intera Italia aveva sempre avuto un atteggiamento equivoco: il Nord, il Sud o il Centro di facevano, in modo pur velato, la “guerra”. Certo, non era la guerra che potreste pensare voi ora, con le bombe, i carri armati. No, era una guerra invisibile, impercettibile, e la notavi soprattutto quando si giocavano le partire di calcio tra squadre del nord contro quelle del sud. I tifosi delle rispettive compagini allo stadio, ma anche fuori; sui social, sui giornali, nelle televisioni, se le dicevano di tutti i colori; e credetemi, seppure era solo una partita di calcio, ricordo bene questo fatto, si urlavano contro le nefandezze più assurde, addirittura si recavano negli stadi armati di ogni cosa. Accadevano talvolta anche episodi orribili dove ci scappava il morto. Era solo una partita a pallone, eppure questi fatti incisero molto sulle realtà civili del Nord e del Sud dell’epoca, questi atteggiamenti malsani, stupidi, posero un confine non tanto immaginario tra nord e sud difatti, una vera divisione ci stava davvero! Percepivi che l’Italia era divisa in due poli; il Nord industrializzato e snob, e il Sud retrogrado e senza speranza.

Chiaramente, a questo poi aggiungiamo anche l’indifferenza del Governo centrale nei confronti del Sud Italia, il quale preferiva privilegiare sempre il Nord in ogni sua decisione, soprattutto non garantiva al Sud, ai giovani di queste terre un futuro roseo. Lo ricordo bene, tanti giovani, e non solo, erano costretti a migrare, proprio lì al nord, in una terra che ci denigrava e che per certi aspetti ci odiava. I figli del Sud, si recavano al Nord e lo aiutavano a diventare sempre più forte, e sempre più gradasso. Inserirsi in una realtà produttiva come quella del Nord per chi proveniva dalle terre del Sud non era impresa facile, si dovevano superare molte difficoltà, soprattutto ambientali, e anche qui tu non lo vedevi, semmai lo percepivi. Insomma, era simile al Mostro Corona, in questo caso aveva un altro nome: il razzismo dei nordisti nei confronti dei “terroni”. Noi eravamo i terroni, noi dovevamo bruciare con la lava del Vesuvio, questo gridavano negli stadi e in ogni parte del Nord Italia. Noi terroni avevamo dato un grande aiuto all’Italia, l’avevamo resa una Nazione unita, noi avevamo eccellenze in ogni campo: nella scienza, nella medicina, nella cultura, nella musica. Questo, cari nipoti, lo dico convinto: in ogni cosa bella della nostra Italia, da nord a sud, è impresso il sangue e il sudore dei meridionali.

Il Nord effettivamente era grande, civilizzato, ma se lo era doveva soprattutto ringraziare i tanti meridionali che si erano sacrificati con dedizione nei vari campi, anche i più umili, contesti, luoghi dove sicuramente mai e poi mai i nordisti si sarebbero sognati di impiegarsi, e questo lo dico senza generalizzare. Ci sono state tante guerre nei secoli scorsi, ci sono stati milioni di morti, l’Italia intera, in questi frangenti ha sempre saputo trovare uno spirito di fratellanza, di comunione, di sostegno, ora vi sto raccontando di una guerra strana avvenuta circa dieci anni fa quando non ci furono città distrutte dalle bombe, ma ci furono comunque migliaia di morti. Dovremmo davvero imparare da questi tragici eventi, non si dovrebbe mai essere divisi. La storia ci insegna che commettiamo sempre lo stesso errore, quando stiamo bene stiamo peggio perché ci facciamo del male con le divisioni, e quando stiamo peggio stiamo bene perché in noi scatta un senso di solidarietà encomiabile. Solo in questi momenti sappiamo essere una grande Nazione unita.

Sempre senza generalizzare, ve lo dico con il cuore. Sia al Sud, sia al Nord che nel Centro Italia ci sono cose e persone bellissime e rispetto a dieci anni fa ora posso davvero dirvi che, grazie al Mostro Corona, abbiamo finalmente capito che, siamo una nazione grande, unica, unita e solidale. Il racconto è concluso. A proposito, stasera c’è Napoli-Juve. Che dite? La vediamo assieme ai vicini di casa? Ma nonno, sono torinesi, e noi siamo a Torino. Tranquilli, non ci azzufferemo, guarderemo la partita tutti assieme, e che vinca il migliore. Intanto, l’Italia unita ha vinto, e continuerà a vincere, deve solo ricordare che una Nazione è grande solo se si è solidali con tutti, e quando dico tutti intendo l’intero popolo italiano. Sì, dieci anni fa andò tutto bene!

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