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Strage discoteca Corinaldo, il padre di uno degli arrestati legato al clan dei casalesi

Sei ragazzi giovanissimi ma con un curriculum criminale già di tutto rispetto. Una banda strutturata quella che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 2018 si è resa responsabile della strage alla discoteca “Lanterna Azzurra” di Corinaldo. Moez Akari e Andrea Cavallari erano già stati arrestati in Francia lo scorso 6 luglio dopo il furto di alcune collane a Disneyland. Mentre Ugo di Puorto, 19 anni, è figlio di Sigismondo, detto Sergio, arrestato nove anni fa per i suoi legami con i Casalesi ed attualmente è ancora in carcere.

Di Puorto senior venne arrestato in un covo di San Cipriano d’Aversa, ritenuto legato a Nicola Schiavone, figlio di Francesco, boss dei casalesi, conosciuto come Sandokan. Sarebbe stato il referente del clan nel Modenese, dove viveva con la famiglia. Nel profilo Facebook del giovane Ugo, attualmente oscurato dal social network, c’erano alcuni riferimenti al padre in galera.

Con loro tra gli arrestati c’è anche Raffaele Mormone, 19 anni, di San Cesario sul Panaro (Modena), Badr Amouiyah, 19 anni, residente a San Prospero (Modena) e Sohuibab Haddada, 21 anni, residente a di Bomporto (Modena). Agli arresti, accusato di associazione anche Andrea Balugani, 65 anni di Castelfranco Emilia.  Un business criminale che frutta alla banda 15 mila euro al mese. Sono circa 60 le rapine che vengono addebitate ai sei, in 9 regioni italiane e all’estero.

Ma loro non sarebbero gli unici rapinatori che operano nel centro nord Italia con le stesse modalità: “strappi” di catenine e oggetti d’oro a concerti o raduni, con l’aiuto degli spray al peperoncino per creare caos o garantirsi la fuga. Dagli atti dell’inchiesta della procura di Ancona e dalle intercettazioni degli arrestati emergono, infatti che ci sarebbero almeno altre due bande, quelle dei “genovesi” e quella dei “torinesi”.

Con queste altre bande c’era una forte rivalità, ma anche una forma di rispetto: non sono mancati episodi di ritorsioni e liti ma nonostante ciò i gruppi erano in contatto fra loro sui social network, dove si controllavano a vicenda per dividersi tacitamente il territorio. I principali antagonisti erano i “genovesi”, con i quali ci sono state delle liti per delle rapine compiute in Veneto. Parlando di loro si fa riferimento anche al gruppo dei “torinesi” del quale, a loro dire, fanno parte anche alcuni soggetti coinvolti nei fatti di Piazza San Carlo, in occasione della finale di Champions League, dove morirono due persone.

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