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Palermo, il “permesso” della mafia per lavorare: 9 arresti a Carini

Chiunque avesse intenzione di aprire un’impresa o un’attività commerciale a Carini (Palermo) doveva prima chiedere l’autorizzazione, non in un ufficio pubblico, ma al boss della zona. Regola ferrea e valida per tutti: il “via libera” era indispensabile anche per gli ambulanti. E’ quanto emerge dall’operazione antimafia portata a termine stamani a Carini dalla polizia. Boss e gregari, per gli inquirenti, non solo esercitavano un controllo capillare sull’economia del paese, ma gestivano anche il traffico di droga. Quello di cocaina, fatta arrivare dal Sud America, in particolare. Le indagini sono coordinate dalla Dda. Determinanti anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi, Francesco Briguglio e Antonino Pipitone.

Gli agenti della Squadra mobile hanno fatto scattare le manette ai polsi di nove persone: Vincenzo Passafiume (69 anni), Salvatore Amato (68 anni), Antonino Vaccarella (39 anni), Salvatore Lo Bianco (25 anni), Giuseppe Daricca (29 anni), Giuseppe Patti (45 anni). Sono stati raggiunti dall’ordinanza in carcere Antonino Di Maggio (55 anni), Fabio Daricca (42 anni) e Alessandro Bono (40 anni).

Personaggio chiave, secondo gli inquirenti, è Di Maggio. E’ considerato il reggente della famiglia mafiosa di Carini fino al momento del suo arresto, avvenuto nel novembre 2016, con l’accusa di aver partecipato al duplice omicidio di Giuseppe Mazzamuto e Antonino Failla. Passafiume e Amato sono invece ritenuti i suoi uomini di fiducia “incaricati della gestione delle attività estorsive”. Al loro fianco Fabio Daricca “affiliato a totale disposizione del capofamiglia e collettore tra la famiglia mafiosa e un sodalizio criminale dedito al traffico di sostanze stupefacenti”. Per gli inquirenti Di Maggio aveva talmente tanta fiducia in Passafiume e Amato da affidargli la gestione della non facile compravendita di un terreno – detto “delle monache” – a Villagrazia di Carini del valore di 500-600 mila euro. Soldi destinati proprio a Di Maggio.

Le indagini hanno permesso di evidenziare “come gli uomini della famiglia di Carini controllassero in modo capillare il territorio di riferimento, con la sistematica sottoposizione a estorsione degli operatori economici della zona che, prima di intraprendere qualsiasi attività, dovevano, inoltre, ottenere una sorta di autorizzazione preventiva da parte della famiglia”. Dai commercianti però, come confermato dal capo della Mobile, non c’è stata collaborazione. Altra fonte di reddito per la cosca era il traffico di droga. Cocaina soprattutto.

Secondo gli investigatori questo era il campo dei fratelli Daricca, di Alessandro Bono, Antonino Vaccarella, Salvatore Lo Bianco e Giusepp Patti.  La loro base era in un edificio abbandonato a Villagrazia di Carini. Qui la polizia ha sequestrato alcune partite di cocaina e le attrezzature necessarie per pesare e confezionare la sostanza. Gli inquirenti definiscono Bono un “narcotrafficante di livello internazionale che curava personalmente l’importazione di cocaina dal Sud America”. Suo braccio destro, per lo spaccio, era Fabio Daricca, già condannato per analoghi reati nel corso del processo AddioPizzo.

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