Aversa

25esimo uccisione Don Diana: la lettera pastorale del vescovo Spinillo

«Il prossimo 19 marzo saranno 25 anni dall’uccisione di Don Peppino Diana. Avvicinandoci a questa data, sento il bisogno di condividere con tutti voi, in qualsiasi forma siete partecipi della vita della nostra comunità, alcuni pensieri». Il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, si apre al Popolo dell’Agro Aversano e dell’hinterland settentrionale di Napoli ricompreso nella Diocesi normanna e lo fa rivolgendosi non solo ai credenti ma anche ad «Amici e Amiche che forse non condividete la nostra stessa fede ma che, come noi, amate la verità e sperate nella vita e nel bene».

Lo fa con una Pastorale che a 360 gradi analizza la realtà a cavallo tra le due province campane più ricche di contraddizioni, partendo dalle parole di papa Giovanni Paolo II all’indomani di quel 19 marzo del 1994: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto (cfr. Gv 12,24), produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace». «Mi piace riprendere l’auspicio del Santo Papa – afferma Spinillo – per riconoscere che dopo venticinque anni tanto cammino è stato fatto, e, allo stesso tempo, per ribadire quanto ancora abbiamo bisogno di sincera conversione alla verità e alla giustizia, quanto abbiamo bisogno di purificare pensieri, sentimenti, progetti, volontà, e quanto abbiamo bisogno di concordia, di dialogo rispettoso e propositivo per diventare solidali nel bene, per essere autentici operatori di pace».

Non un appello teorico, ma un appello ad agire quello di Spinillo: «La memoria di Don Peppino Diana e del suo sacrificio deve essere per noi tutti come una rinnovata chiamata a superare le logiche di un vivere ancora rassegnato alla prepotenza e all’illegalità, e un reale e più efficace incoraggiamento a sviluppare, con serena franchezza di dialogo, una vitale unità di intenti e di azione orientate al bene comune». Parole che acquistano un significato ancora più pregnante in una Terra dove la camorra e l’illegalità sono state e, in alcuni casi, lo sono ancora, regnanti. Ed era proprio contro questa realtà che don Peppe Diana e gli altri parroci della Forania di Casal di Principe nel 1991 si levarono con l’oramai famosa lettera: «Per amore del mio Popolo non tacerò». Un invito esplicito ai cattolici (e non solo) ad agire concretamente nella società. «A volte – continua il Vescovo – mi sono chiesto quale risonanza avrebbe avuto il testo, tanto tenacemente voluto da Don Peppe nel 1991, se non ci fosse stato il tragico evento della sua uccisione. Forse sarebbe stato anch’esso rapidamente dimenticato». Se dopo 25 anni ancora se ne parla, è segno che il seme ha attecchito.

«Il tempo trascorso dall’uccisione di don Peppe Diana ad oggi è stato fecondo per tanti aspetti positivi, – afferma Spinillo – ma ha evidenziato anche grosse difficoltà che restano da affrontare per promuovere un autentico sviluppo umano e sociale del territorio. Riconosco di non essere sufficientemente attrezzato per dare giudizi sicuri e non pretendo di dare una lettura esaustiva della nostra realtà, dei cambiamenti che sono avvenuti e del percorso che si è sviluppato. Mi pare, però, di poter dire che se la camorra continua ad esistere in gruppi organizzati che tendono ad imporre la loro prepotenza sulla società civile, ancora più pericolosa, e molto diffusa, è una mentalità abituata a regolare ogni cosa con la logica della forza e dello sfruttamento. Sembra si sia concretizzato ciò che Don Peppe Diana e gli altri sacerdoti di Casal di Principe temevano quando scrissero: “la camorra… tenta di diventare componente endemica nella società campana”».

«L’abitudine all’illecito – commenta Spinillo – nasce spesso dalle necessità dettate dal bisogno di sopravvivere e, non solo favorisce l’affermarsi dell’organizzazione malavitosa, che estende così il suo controllo sulla società, ma, purtroppo, sviluppa una mentalità di sottomissione ai prepotenti che, di conseguenza, porta ad un modo di adattarsi alle ingiustizie che non lascia spiragli di libertà nel partecipare alla vita sociale». Il Vescovo non dimentica l’autocritica quando afferma: «Condizionata da un’iniziale confusione di notizie, e anche da artificiose illazioni calunniose circa il movente dell’assassinio di don Peppe, la Chiesa locale ha, forse, dato l’impressione di una certa lentezza nell’assumere una posizione di chiara condanna verso tutto ciò che poteva avere il sapore di camorra».

La lunga nota pastorale si conclude con parole di speranza: «Nessuno tradisca la speranza. Il venticinquesimo dell’uccisione di Don Peppino Diana, ci invita a riprendere ancora, e sempre in maniera nuova, il cammino di verità, di giustizia, di carità, di santità che ogni testimonianza di vita cristiana, particolarmente nel martirio, esalta agli occhi del mondo intero. Il mondo intero, infatti, l’umanità, la nostra terra, la nostra gente attendono, sperano presenze che con il loro vivere siano annuncio di vita». Un inno a non arrendersi, a non piegarsi ai soprusi grandi e piccoli. Un incitamento a fare la propria parte, credenti o non credenti, in una terra martoriata e offesa, stuprata e derisa. Reagire. Ecco, era questo un verbo, un’azione che si confaceva a Peppe Diana. Chi, come chi scrive, ha avuto la possibilità di essergli vicino in gioventù, è certo che Peppe tutto avrebbe potuto accettare, ma mai arrendersi dinanzi ai soprusi grandi e piccoli. Lo aveva nel proprio dna e per questo ha pagato con la propria vita.

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