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Mafia, scacco al clan Spartà di Messina: 8 arresti

I carabinieri del comando di Provinciale di Messina hanno eseguito una vasta operazione antimafia che ha portato all’arresto di otto persone: 7 in carcere e una ai domiciliari). Il provvedimento cautelare è stato emesso dal gip del Tribunale di Messina, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia messinese. Gli otto arrestati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, usura, intestazione fittizia di beni e violazioni degli obblighi della sorveglianza speciale, tutti aggravati dal metodo mafioso. In carcere sono finiti: Angelo Bonasera, 53 anni, Antonio Caliò, 35, Giuseppe Cambria, 46, Antonio Cambria Scimone, 50, Tommaso Ferro, detto “Masino”, 41, Lorenzo Guarnera, 57, e Raimondo Messina, detto “Saro”, 46, tutti di Messina. Ai domiciliari Alfio Russo, detto “Massimo”, 48, anch’egli di Messina.

Il gruppo mafioso operava nel popoloso quartiere a Sud di Messina, denominato Santa Lucia Sopra Contesse. Al vertice c’è Raimondo Messina, reggente del clan Sparatà unitamente a Gaetano Nostro (e tutti e due già in carcere per altre vicende giudiziarie). Le indagini sono concentrate di Raimondo Messina e Maurizio Lucà, tutti e due indicati quali luogotenenti di Giacomo Spartà dal collaboratore Daniele Santovito. Lucà era già stato arrestato dai carabinieri in un’altra operazione che ha fatto luce su alcune estorsioni e per avere ridotto in schiavitù un bambino romeno. Ma le indagini hanno permesso di ricostruire i rapporti con Antonio Cambria Scimone e con Raimondo Messina.

Era proprio Messina a gestire la cassa comune del gruppo per il sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie. Il gruppo si è mostrato in grado di condizionare l’attività di alcuni imprenditori messinesi, non solo imponendo assunzioni di personale indicato dal clan, ma anche imponendo loro le scelte imprenditoriali. In particolare, è stato accertato come, al fine di eliminare del tutto la concorrenza al bar “il Veliero”, riconducibile a Saro Messina, un pasticcere sia stato obbligato ad interrompere la vendita di bibite e caffè all’interno alla propria pasticceria, adiacente al bar. In un altro episodio, un imprenditore attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, è stato costretto con la violenza e la minaccia ad interrompere le forniture di carne e lavorati di macelleria ad alcuni ristoranti cittadini per favorire la nascente attività di macelleria di uno degli indagati.

E c’era anche l’abitudine di imporre l’assunzione di parenti e conoscenti degli indagati, oltre che di impedirne il licenziamento. E c’era anche l’estorsione in danno dei giocatori, frequentatori di alcune sale gioco cittadine controllate dal clan. E’ stato documentato, infatti, come in un caso alcuni degli arrestati abbiano costretto il titolare di una sala scommesse a cedere loro la proprietà, a causa delle difficoltà economiche dallo stesso palesate, pretendendo anche il pagamento della somma di 5mila euro, per una serie di giocate effettuate con denaro “a credito” delle società di scommesse (che lo stesso aveva effettuato quando era titolare dell’esercizio commerciale). Molto spicci anche i sistemi per recuperare i debiti di gioco: dal “ti spezzo le gambe”, all’evocare l’appartenenza al clan. In un caso una commerciante cittadina, frequentatrice di una delle sale giochi investigate a fronte di un debito contratto ad un tavolo da poker illegale, pari a circa seimila euro, è stata costretta dapprima a versare 10 mila euro in contanti e poi a consegnare un anello del valore stimato in almeno 6 mila euro ed infine un orologio da 4 mila euro.

Nel corso dell’inchiesta è stata comprovato anche il ricorso all’usura nei confronti di una commerciante che versava in evidenti difficoltà economiche. In particolare la vittima, titolare di una nota gioielleria cittadina, per far fronte a piccoli debiti con i fornitori per un importo di 4 mila euro ha dovuto consegnare nel breve volgere di soli sei mesi la somma di 8.500 euro, di cui 4.500 a titolo di interessi. Non contenti, alcuni degli odierni indagati l’hanno costretta a consegnare anche alcuni preziosi, per un valore di almeno mille euro. L’organizzazione aveva individuato la propria base logistica, proprio nel bar Il Veliero gestito e amministrato da Raimondo Messina, anche se formalmente di proprietà della madre.

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