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Germania, Merkel vince ma è in calo. Boom dell’estrema destra

“Ne riparliamo domani”, ha detto Angela Merkel commentando i dati delle elezioni che la vedono vincitrice (unica in Europa a rimanere in sella nonostante i populismi) ma con la Spd di Martin Schulz molto arretrata. Entrambi hanno pagato dazio alle urne, i loro partiti sono in calo. E Schulz ha annunciato l’addio alla Grosse Koalition per passare all’opposizione. Ma in quel “ne riparliamo domani” c’è tutta l’intenzione della Merkel a trattare.

La cancelliera ha ribadito che le opzioni sul tavolo restano due: una nuova Grosse Koalition di Cdu ed Spd; oppure una Coalizione Giamaica (che prende il nome dal colore dei partiti che la comporrebbero: nero, giallo e verde) fra Cdu, liberali della Fdp e Verdi. Questo nonostante, subito dopo la diffusione dei primi exit poll alla chiusura delle urne, il leader della Spd Martin Schulz abbia annunciato che la Grosse Koalition è finita e il suo partito intende andare all’opposizione.

Intanto, Alternativa per la Germania (AfD), il partito dell’ultradestra, è uno dei vincitori di questa tornata elettorale ma già all’indomani dal voto ha subito uno strappo. La formazione xenofoba è riuscita a entrare per la prima volta al Bundestag, non senza scossoni. La presidente Frauke Petry ha annunciato che non farà parte del gruppo parlamentare a causa dei contrasti con l’ala estremista formata da Alice Weidel e Alexander Gauland, i due capilista.

La clamorosa avanzata dell’AfD semina preoccupazione in tutto il Paese: subito dopo la pubblicazione dei primi exit poll centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Berlino contestandoli al grido di “Nazisti maiali”, “Berlino vi odia”. E loro invece festeggivano in un party privato nella Alexanderplatz. Il boom dell’ultradestra xenofoba inquieta anche i principali gruppi ebraici tedeschi che esprimono allarme.

Joerg Meuthen, altro leader del partito, ha tentato di bollare come “campagna elettorale” tutte le accuse ricevute dalla sua formazione, che non sarebbe affatto razzista, xenofobo, ma solo una formazione che vuole “occuparsi del Paese”. Il capo del Congresso ebraico mondiale, Ronald Lauder ha definito l’Afd “un movimento reazionario che ricorda il peggior passato della Germania”.

La soddisfazione per l’affermazione elettorale nel leader del movimento (ed ex membro della Cdu) Alexander Gauland si intreccia con lo sguardo al futuro. “Metteremo sotto pressione la Merkel” spiega in un’intervista a “Repubblica”. “Ci prenderemo il Paese”. Di fronte alle accuse di estremismo Gouland dice di “non conoscere persone antisemite né esponenti dell’estrema destra” e spiega il successo con il fatto che “temi che stanno a cuore a tanti tedeschi sono stati rimossi” ma anche con il fatto che il suo movimento è sempre stato tenuto ai margini: “La gente non vuole che siamo trattati come reietti. E’ qualcosa che ci ha rafforzato molto”.

La più grossa fetta di voti l’AfD l’ha ricevuta dagli ex astensionisti: circa 1,2 milioni di tedeschi che nel 2013 avevano disertato le urne, questa volta hanno dato la loro fiducia all’estrema destra. La seconda fetta proviene dall’Unione Cdu/Csu – scrive la Welt online: 1,05 milioni di elettori che nel 2013 avevano votato per il partito della cancelliera Merkel, oggi le hanno preferito l’Alternative.

Il partito esordiente nel Bundestag deve comunque non poco del suo successo anche alla delusione di altri elettori: 470.000 della Spd (socialdemocratici), 400.000 della Linke (la sinsitra radicale), e 40.000 della Fdp (liberaldemocratici). Soprattutto sui temi della sicurezza, integrazione e coesione sociale, l’AfD ha soddisfatto le aspettative dei suoi elettori: “L’AfD ha dato ascolto alle preoccupazioni dei cittadini, temi invece evitati dagli altri partiti”, ha spiegato alla Welt, Volker Kronenberg, analista politico.

E se la Spd di Martin Schulz dovesse tornare a formare la Grosse Koalition con la Merkel, allora la Afd potrebbe diventare il primo partito di opposizione. E questo potrebbe spalancare le porte dei posti chiave che di solito spettano, appunto, ai maggiori partiti di non governo.

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