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Livorno, vita da nababbi frodando il Fisco: indagata famiglia italo-albanese

I finanzieri del comando provinciale di Livorno hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip Beatrice Dani, nei confronti di cinque persone, di cui due in carcere, uno sottoposto ai domiciliari e due destinatari dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria (di cui uno aggravato anche dall’obbligo di dimora nel Comune di Livorno).

Si tratta di A.K., 40enne albanese dimorante a Livorno, della moglie A.V., 33 anni, italiana, del padre di quest’ultima G.V., 49 anni, italiano, dimorante a Rosignano Marittimo, di S.V., 26 anni, italiano, figlio di G.V. e fratello di A.V., residente a Livorno, e di F.R, argentino, residente anch’egli a Rosignano Marittimo.

Le contestazioni riguardano i reati di associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, bancarotta semplice, appropriazione indebita aggravata, dichiarazione infedele, sottrazione al pagamento delle imposte, indebita compensazione di crediti inesistenti e intestazione fittizia di beni.

Le indagini, dirette dal pm Massimo Mannucci della Procura di Livorno, sono state sviluppate da personale del Nucleo di Polizia Tributaria e hanno avuto origine nel mese di luglio 2015, a seguito dell’esame di numerose segnalazioni di operazioni sospette generate dal sistema finanziario che attestavano consistenti prelevamenti e versamenti di denaro da parte di un gruppo di soggetti di nazionalità italiana ed albanese, due dei quali gravati da numerosi precedenti penali, tra l’altro, per reati contro la persona, il patrimonio e di natura fiscale.

Le successive investigazioni di polizia giudiziaria hanno fatto emergere l’esistenza di un sodalizio criminale, composto da quattro persone (tre dei quali legate da vincoli di parentela, A.K., G.V. e A.V.), con centro direzionale a Livorno e Rosignano Marittimo, in cui i due soggetti trasferiti in carcere (A.K. e G.V.) rappresentavano i promotori e gli organizzatori dell’associazione, il soggetto sottoposto ai domiciliari (A.V.) aveva la funzione di “contabile interna” delle varie società cooperative (amministrate di fatto dai due promotori), che fungeva da tramite con il quarto soggetto, un commercialista di Torre Annunziata, nel Napoletano, (O.C., deceduto nel mese di dicembre 2016), costante punto di riferimento dell’organizzazione criminale per garantire il sistema fraudolento con la predisposizione di infedeli dichiarazioni dei redditi e indebite compensazioni di crediti.

Il sodalizio criminale si è avvalso del supporto di altri undici soggetti (estranei all’associazione), parimenti indagati e coinvolti a vario titolo nel contesto illecito, soprattutto quali prestanome e amministratori di diritto delle società o per garantire l’intestazione fittizia dei beni.

Gran parte dei fatti contestati ruota intorno alla costituzione e alla gestione di cinque società cooperative, utilizzate senza effettive finalità mutualistiche e in stretta continuità temporale tra loro (dal 2011 ad oggi), per lo più con i medesimi dipendenti (oltre 200, italiani e albanesi, alcuni dei quali pluripregiudicati o con precedenti di polizia) nell’ambito di un rapporto di collaborazione per l’attività di facchinaggio e spostamento delle merci, instaurato presso la filiale di un corriere nazionale, con la complicità di un dirigente della stessa società corriere, referente sul territorio toscano (indagato).

In particolare, il gruppo criminale, nell’instaurare e mantenere i rapporti commerciali con il corriere nazionale (con la stipula di contratti di appalto che consentivano ai sodali di avere sempre una fonte di guadagno “certa”), non onorava le passività esistenti, con specifico riferimento ai debiti tributari e previdenziali maturati nei confronti dell’Erario.

Così operando, durante la breve vita della cooperativa (1 o 2 anni), A.K. e G.V. (con la complicità della contabile interna A.V.) si sono appropriati e hanno distratto, nell’arco di un quinquennio, almeno 4,5 milioni di euro, mediante prelevamenti, bonifici con causali generiche e utilizzo sistematico di carte di credito. Si tratta di denaro che ha garantito un altissimo tenore di vita, in particolare ad A.K. e A.V. ed ai propri nuclei familiari, del tutto sproporzionato rispetto ai redditi ufficialmente dichiarati (in media 15.000 euro annui): acquisti di beni di lusso (borse e gioielli), ripetuti viaggi all’estero (ad esempio, Dubai, Cannes, Montercarlo, Praga, Malta, Maldive, Barcellona), spese cospicue ai Casinò, cene in ristoranti di proprietà di rinomati chef, costi di manutenzione di un’imbarcazione, regali di compleanno anche per importi di 10.000 euro, nonché acquisto e mantenimento di numerose autovetture di grossa cilindrata (tra cui, Jaguar, Maserati, Porsche, Mercedes, di cui una da oltre 500 cavalli motore).

Per facilitare la commissione delle illecite condotte e sottrarsi al pagamento delle imposte, A.K. e G.V. hanno trasferito fittiziamente la propria residenza in Albania (con iscrizione all’Aire) mentre, con la complicità degli altri sodali, procedevano a porre in liquidazione le varie cooperative, trasferendone formalmente la sede, nell’ultimo mese di vita, in provincia di Caserta, per poi cancellarle dal registro delle imprese, con l’obiettivo di aggirare la normativa fallimentare ed evitare la dichiarazione di fallimento (entro un anno dalla cancellazione).

Nel contempo, per non insospettire il Fisco, le dichiarazioni dei redditi (relative al periodo di vita delle cooperative) venivano regolarmente presentate, con l’indicazione di costi fittizi mai sostenuti, per complessivi 16 milioni di euro, ovvero procedendo ad indebite compensazioni di crediti inesistenti per oltre 3 milioni di euro, con la presentazione tra il mese di dicembre 2015 e il mese di aprile 2017 di n. 58 modelli F24.

Inoltre, specifiche condotte di intestazione fittizia dei beni sono contestate a carico di A.K. e V.G. in quanto, per eludere le eventuali misure di prevenzione a loro carico quali soggetti socialmente pericolosi ed agevolare operazioni di reinvestimento di denaro, gli stessi attribuivano fittiziamente a due società cooperative, con il concorso, tra l’altro, del rappresentante formale F.R., 5 autovetture di lusso e un motoveicolo; inoltre, veniva intestato fittiziamente a S.V. il contratto di affitto di un ramo azienda di un noto disco pub di Livorno, ubicato nei pressi della terrazza Mascagni, gestito da quel momento dalla ditta individuale dello stesso S.V.. Si tratta di un locale che ha rappresentato anche un punto di riferimento e di incontro per i sodali e altri indagati.

Oltre alle responsabilità riconducibili alle società cooperative, fatti di bancarotta fraudolenta sono stati contestatati a G.V., in concorso con il padre indagato, relativamente al fallimento della propria ditta individuale dichiarato dal Tribunale di Livorno il 4 aprile 2016, a fronte di un’esposizione debitoria verso il Fisco di circa 4 milioni di euro. Complessivamente, nel corso delle indagini, sono stati ricostruiti debiti tributari verso l’Erario (gran parte già iscritti a ruolo) quantificabili in circa 10 milioni di euro.

E’ stato, infine, rilevato un episodio di bancarotta semplice a carico di A.K., quale rappresentante legale di un noto ristorante livornese, per avere aggravato il dissesto della società che lo gestiva, dichiarata fallita dal Tribunale di Livorno il 3 dicembre 2014. Relativamente ai reati fiscali, il gip ha disposto altresì il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per circa 8,8 milioni di euro; in sede di esecuzione del provvedimento cautelare, i militari hanno provveduto a ricostruire – anche valorizzando il patrimonio informativo a disposizione attraverso le molteplici banche dati in uso alla Guardia di Finanza – le disponibilità finanziarie e patrimoniali delle imprese, così sottoponendo a vincolo cautelare denaro, 11 autovetture (tra cui, una Jaguar, due Mercedes, una Range Rover Sport e una Maserati), quattro  motoveicoli, una villetta a schiera ubicata a Livorno nella zona di Montenero, un’imbarcazione di circa 8 metri nella disponibilità di G.V. e A.K, ormeggiata nel porticciolo di Rosignano Marittimo.

Contestualmente alle misure cautelari, sono state eseguite (con la collaborazione dei Reparti del Corpo alle sedi di Caserta, Capua, Marcianise e Torre del Greco) a Livorno, Rosignano Marittimo nonché in provincia di Roma, Firenze, Napoli, Pisa e Caserta perquisizioni domiciliari presso le residenze degli indagati, le società cooperative e altri soggetti, con l’impiego complessivamente di circa 50 militari.

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