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Oscar 2017, vince “La La Land”…no…”Moonlight”: gaffe durante serata “anti Trump”

Quello che si è appena concluso è stato, senza dubbio, il fine settimana clou della cosiddetta “Award Season”, cioè la stagione della consegna dei premi cinematografici più importanti, sia in Europa sia in America. Si è aperto, infatti, con l’assegnazione dei César, gli Oscar francesi, nei quali il mattatore è stato il controverso “Elle” di Paul Verehoven, è continuato con i trofei al cinema indipendente a stelle e strisce, gli Independent Spirit Award, con il dominio incontrastato dell’osannato “Moonlight” di Barry Jenkins, ed è, infine, terminato con la magica “Notte delle Stelle” di Hollywood.

La premiazione più seguita del pianeta, quest’anno giunta all’89esima edizione, ha accolto candidati e pubblico nella scintillante cornice del Dolby Theatre di Los Angeles, sede orami storica della consegna degli Academy Award, meglio noti come Oscar, ed è stata presentata con verve ironica e dissacratoria dal conduttore televisivo Jimmy Kennel, impegnato, per la prima volta nella carriera, a fare gli onori di casa.

Una casa, che si è stretta, senza alcuna remora, intorno al direttore della fotografia siriano, peraltro candidato, che è stato escluso dalla partecipazione alla cerimonia poiché impossibilitato a mettere piede negli Stati Uniti a causa del decreto Trump contro gli immigrati musulmani. Un decreto che, nonostante il tentativo di blocco da parte dei giudici, continua, evidentemente, a mietere vittime dell’ingiustizia e dell’antidemocrazia e che ha visto una levata di scudi unanime da parte dei rappresentanti del cinema americano.

Un’assenza presente, anzi presentissima, quella, appunto, del presidente più discusso della storia yankee, che ha aleggiato nel corso dell’intera serata in sala e, soprattutto, nelle parole del presentatore, che ha dato voce al forte dissenso nei confronti di un capo di Stato federale e delle sue “strambe” esternazioni, che l’universo della cultura e dell’entertainment d’oltreoceano non avverte decisamente come proprie. Ma, seguendo i dettami della massima hollywoodiana per eccellenza, “the show must go on”, lo spettacolo ha prevalso su tutto e ha lasciato, giustamente, spazio alla trionfale passerella dei premiati.

Uno spettacolo che è filato via liscio, anche in maniera abbastanza veloce, ma che ha riservato un clamoroso colpo di scena proprio sul finale. Warren Beatty e Faye Dunaway chiamati sul palco, per celebrare i 50 anni del mitico “Bonnie and Clyde”, hanno annunciato la vittoria, nella categoria di miglior film, dell’atteso “La La Land”. Tutto il cast al completo, ad eccezione del regista Damien Chazelle, si è schierato sul palco e mentre uno dei produttori stava cominciando il discorso di ringraziamento di rito con la statuetta in mano, ha inaspettatamente interrotto l’intervento e, rivolgendosi agli imbarazzati consegnatari prima e al pubblico poi, ha mostrato il biglietto contenuto nella fatidica busta rossa e ha, di fatto, annunciato il trionfo di “Moonlight”, invitando i legittimi destinatari a ritirare l’ambito trofeo.

Un fuori programma (guarda il video in alto) che ha lasciato tutti a bocca aperta e che ha privato la pellicola di Chazelle di un alloro ampiamente meritato. Le ragioni di tale mancato riconoscimento possono essere varie, dalla inevitabile dispersione dei voti da quando la lista dei candidati al miglior film è stata ampliata a nove/dieci alla valenza politica del massimo premio a un film “all black” che parla di disperazione ed emarginazione in netto contrasto con i fautori del nuovo sogno americano. Sta di fatto che il piccolissimo e ultra indipendente “davide” di turno ha sconfitto il “golia” sostenuto dalle major.

“Moonlight” porta, così, a casa tre Oscar di peso. Oltre a quello per il lungometraggio, anche gli Academy per la sceneggiatura adattata e per l’attore non protagonista l’afroamericano Mahershala Ali, di chiare origini musulmane. Un altro schiaffo alla “originale” gestione del potere da parte di Donald Trump, che ha, perciò, impedito al musical contemporaneo “La La Land”, poetico ritratto di giovani alla ricerca di sogni e di amore, di completare un successo auspicato ma non portato a termine completamente.

La folgorante pellicola di Chazelle deve, quindi, accontentarsi, si fa per dire, di sei statuette su quattordici nomination: dalle cosiddette tecniche (fotografia e scenografia) alle più importanti (regia e attrice protagonista), passando per quelle specifiche (colonna sonora e canzone originale “City of Stars”).

A proposito di regia e attrice, Chazelle è diventato, a solo trentadue anni compiuti da pochi giorni, il più giovane cineasta della storia a meritare l’alloro, mentre Emma Stone, grazie al ruolo di Mia Dolan, agguanta finalmente quella statuetta alla quale sembrava, già da tempo, predestinata. Il terzo per Oscar guadagnati è, come ci si augurava, il dramma familiare “Manchester by the Sea” di Kenneth Lonergan, vincitore nelle categorie di sceneggiatura originale e attore protagonista Casey Affleck, fratello minore del maggiormente noto Ben, che ha finalmente mostrato tutta la sua bravura nei panni del padre putativo di un ragazzo problematico. L’annuncio del suo trionfo ha provocato una reazione indefinita, diremmo leggermente infastidita forse, sul volto del contendente più accreditato Denzel Washington, pure citato da Affleck quale fonte di ispirazione una volta sul pulpito dei premiati, che però ha visto il suo dramma razziale “Barriere” prevalere nella cinquina delle interpreti non protagoniste grazie all’intensa Viola Davis.

Una menzione a parte merita la consegna dell’Oscar al film straniero all’iraniano “Il cliente” di Asghar Farhadi, di nuovo vincitore dopo il trionfo di cinque anni orsono con “Una separazione”, che non è andato a ritirare la statuetta in segno di protesta contro il “Muslim Ban” di Trump e di solidarietà con tutti i (con)cittadini dei paesi citati nel bando.

Il cinema italiano, rimasto a bocca asciutta nella categoria del miglior documentario in cui era stato inserito “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, si è consolato con il premio al trucco di “Suicide Squad” consegnato ai connazionali Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, concludendo, con un po’ di soddisfazione per i nostri colori, un’edizione, la prima dell’era Trump, che sicuramente sarà tramandata ai posteri.

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