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Gentiloni presenta il “nuovo” governo: fuori Giannini, Verdini furioso

Il premier incaricato Paolo Gentiloni ha sciolto la riserva e comunicato la lista dei ministri del prossimo governo, il numero 64 della storia repubblicana. Il giuramento nelle mani del presidente della Repubblica avverrà alle 20 di lunedì. Poi domani e dopodomani la fiducia alle Camere.

L’elenco comprende molte conferme di ministri del governo Renzi: Pier Carlo Padoan all’Economia, Andrea Orlando alla Giustizia, Roberta Pinotti alla Difesa, Carlo Calenda allo Sviluppo Economico, Maurizio Martina alle Politiche Agricole, Gianluca Galletti all’Ambiente, Graziano Delrio ai trasporti, Beatrice Lorenzin alla Salute, Enrico Costa agli Affari Regionali, Dario Franceschini ai Beni Culturali, Marianna Madia alla semplificazione e pubblica amministrazione. Tra le novità il passaggio di Angelino Alfano dall’Interno agli Esteri, l’arrivo al Viminale di Marco Minniti, la nomina di Valeria Fedeli all’Istruzione, di Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento e di Claudio De Vincenti alla Coesione Territoriale. Diventa ministro Luca Lotti, con delega allo sport. Mentre Maria Elena Boschi entra nello staff di Palazzo Chigi come sottosegretario.

Unica esclusa della vecchia compagine di governo è dunque Stefania Giannini, che lascia il dicastero di viale Trastevere alla vicepresidente del Senato e che nel precedente esecutivo era entrata in rappresentanza di Scelta Civica.

“Come si può vedere dalla sua composizione, il governo proseguirà nell’azione di innovazione” dell’Esecutivo Renzi. È con questa promessa che Paolo Gentiloni, dopo aver sciolto la riserva da Presidente del Consiglio incaricato, inizia il suo mandato.

L’esclusione di Giannini, in aggiunta alla mancata promozione di Enrico Zanetti (che era viceministro dell’Economia), ha probabilmente provocato la reazione risentita del gruppo Ala-Sc – firmata da Denis Verdini e dallo stesso Zanetti – che proprio mentre Gentiloni era riunito con Mattarella ha diffuso una nota per annunciare che non voterà la fiducia a quello che definisce ‘governo fotocopia’, spiegando di vedere disattesi gli intendimenti espressi durante le consultazioni con il capo dello Stato di un esecutivo di responsabilità aperto alle forze disponibili. E sottolineando, appunto, il venir meno del giusto rapporto tra «rappresentanza e governabilità». Secondo quanto trapela, Verdini avrebbe avanzato nei giorni la richiesta nei giorni scorsi due ministeri per il gruppo.

Il disimpegno di Ala-Sc non dovrebbe far venir meno la maggioranza, perché alla direzione nazionale del Pd è passata all’unanimità, e quindi con il sostegno anche della minoranza, la mozione di sostegno al nuovo governo. Ma in passato Verdini e i suoi erano stati più volte utilizzati come stampella dell’esecutivo a fronte di voti in dissenso da parte di esponenti dem recalcitranti: questo soccorso esterno ora non potrà più essere invocato.

Sulla carta il governo Gentiloni può contare in Senato su una forbice che va da un minimo di 160 voti a un massimo di oltre 170. Quindi il gruppo di Verdini – in tutto 18 – non risulta, secondo il pallottoliere, determinante perchè il nuovo Governo a Palazzo Madama incassi la fiducia.

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