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Soldi falsi e droga, 7 arresti per mafia nel Palermitano

Misilmeri (Palermo) – C’era la collaborazione con la provincia di Napoli, da lì la mafia del mandamento di Belmonte-Misilmeri acquistava i soldi falsi: 4 euro per ogni banconota da 20. Ma falsi non erano solo i soldi, c’era anche il mercato dell’abbigliamento “tarocco”: Hogan, Gucci, Louis Vuitton e altre “griffe” contraffatte.

Cosa nostra per reperire fondi ha allargato i propri orizzonti, ovviamente senza tralasciare le tradizionali attività come lo spaccio di droga e soprattutto il racket delle estorsioni. Per imporsi su tutto il territorio di competenza.
I carabinieri hanno arrestato sette persone con l’accusa di di “associazione mafiosa, estorsione, minacce aggravate dal metodo e dalle finalità mafiose spaccio di sostanze stupefacenti e spendita di banconote contraffatte”.

Le indagini, prosecuzione delle attività che nello scorso mese di marzo portarono all’operazione “Jafar”, hanno consentito di raccogliere ulteriori elementi sugli assetti e le attività criminali del mandamento mafioso di Misilmeri-Belmonte Mezzagno, area interessata da numerosi atti di intimidazione a commercianti.

Gli arrestati di oggi sono: Rosario La Barbera 57 anni, Gaetano Pravatà 43 anni, Alessandro Ginelli, 40 anni, Giosuè Cucca 31 anni, Antonino Francesco Ciaramitaro 47 anni (già in carcere per altra causa), Pietro Formoso 66 anni (già in carcere per altra causa) e Alesandro Ravesi 38 anni (già detenuto per altre accuse).

“Il mandamento – spiegano dal comando provinciale – che comprende le famiglie mafiose di Misilmeri, Belmonte Mezzagno e Bolognetta, ha visto succedere al suo vertice capi di notevole caratura criminale quali Benedetto Spera (uomo strettamente legato a Bernardo Provenzano), Salvatore Sciarabba, Francesco Pastoia ( anche lui legato a Bernardo Provenzano e arrestato nell’ambito dell’operazione “Grande Mandamento”), Antonino Spera, Francesco Lo Gerfo (tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Sisma”) e Giuseppe Vasta (raggiunto da provvedimento cautelare lo scorso marzo, nell’ambito dell’operazione “Jafar”).

Le indagini hanno evidenziato come anche in provincia Cosa nostra – secondo un ormai consolidato protocollo criminale – cerca di assicurarsi il controllo della più significative espressioni dell’economia locale attraverso atti intimidatori (dagli avvertimenti con l’attak agli incendi) per imporre il pizzo. Emblematiche le minacce perpetrate all’indirizzo di una nota macelleria al cui ingresso, l’8 marzo scorso, il suo titolare trovava dei crisantemi oltre che le saracinesche imbrattate da chiare scritte di avvertimento mafioso

Le investigazioni hanno documentato diverse estorsione portate a termine dagli arrestati. Tra queste quella che ha visto il titolare di un noto esercizio commerciale di Bolognetta, intenzionato a effettuare lavori di ampliamento dei locali, al quale è stata fatta una richiesta di pagamento di 10 mila euro qualora per svolgere le opere non fosse stato disponibile ad avvalersi di un’impresa “vicina” a Cosa nostra. E l’attività estorsiva non risparmiava neanche le realtà economiche più modeste. E’ il caso di un pescivendolo ambulante costretto a sborsare, con non poche difficoltà, 500 euro dinanzi alla fatidica frase: “Abbiamo bisogno per i carcerati, mi devi dare i soldi”.

Il ventaglio dei reati contestati comprende anche l’ipotesi di di denaro contraffatto, approvvigionato negli ambienti malavitosi napoletani al costo di 4 euro per ogni banconota da 20 euro. Infine anche l’acquisto a Palermo di droga da destinare allo spaccio nelle piazze di piccoli comuni della provincia.

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