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Il meteo come la guerra: il nuovo fenomeno dei “profughi ambientali”

Esiste una categoria di profughi che ci riguarda da vicino  e che poco c’entra con guerre e conflitti armati. Si tratta di quei cosiddetti “profughi (o sfollati) ambientali”, come sono stati definiti dalla comunità scientifica internazionale, spesso chiamati con l’espressione inglese “Internally Diplaced Person(s)” (IDPs) cioè persone costrette a trasferirsi “altrove”, ma all’interno del Paese d’origine, a causa di eventi distruttivi di natura meteorologica, idrologica e geofisica.

I dati sul fenomeno globale dei “profughi ambientali” sono stati resi noti dallo studio recente, firmato Idmc (Internally Displacement Monitoring Centre) del Norwegian Refugee – Council (NRC), intitolato “Global Estimates 2015-People dispiace by disasters”.

Lo studio ha evidenziato che, nel 2014, circa 1,7 milioni di IDPs hanno dovuto abbandonare le case in seguito ad eventi geofisici come i terremoti, mentre i restanti 17,5 milioni sono sfollati a causa di calamità naturali correlate al clima. Secondo le stime, nel mondo, una persona ogni secondo diventa un nuovo sfollato e ognuno di noi ha il doppio di probabilità di diventare profugo ambientale rispetto a quarant’anni fa.

In Italia, violenti nubifragi hanno provocato alluvioni e allagamenti in Friuli, Puglia e Campania. Le forti piogge hanno causato frane e cadute di massi su strade e ferrovie paralizzando la circolazione in Veneto, Sicilia e Calabria. Secondo l’ultimo rapporto realizzato da Ance-Cresme (Associazione nazionale costruttori edili e Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio) e intitolato “Dobbiamo aver paura della pioggia?”, le vittime del dissesto idrogeologico in italia, nel decennio 2002-2014, sono state 293. Stando alle stime dei Pai nazionali (Piani stralcio per l’Assetto Idrogeologico), per la messa in sicurezza del territorio nazionale basterebbero 40 miliardi di euro.

Su 8.000 comuni della nostra penisola più di 6.600 sono classificati a “elevata criticità idrogeologica”, ma l’assurdità è che su queste aree, oltre a 1.100.000 edifici residenziali, sono stati costruite anche 6.400 scuole e 550 ospedali.

La ricercatrice dell’Irpi, Paola Salviati, ha affermato: “Uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico in Italia, ad esempio, è che si registrano sempre meno giorni di pioggia in un anno e, al tempo stesso, piogge sempre più intense. Se cadono decine di millimetri di pioggia in poche ore, il suolo deve smaltire velocemente enormi quantità di acqua, ma non è più in grado di farlo perché il territorio è impermeabilizzato da cemento e asfalto e perché i tracciati naturali dei corsi d’acqua sono sbarrati da case, industrie, strade. L’alterazione dell’ambiente naturale e l’antropizzazione eccessiva di torrenti, fiumi e alture, alla prima forte pioggia, generano alluvioni e frane con conseguente sfollamento della popolazione, danni economici e vittime”.

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