Santa Maria C. V. - San Tammaro

Carditello, la reggia acquisita dal Ministero: esulta Bray

 San Tammaro. Finalmente buone notizie per il Real Sito di Carditello. Il ministero della Cultura ha acquisto la dimora borbonica settecentesca grazie all’impegno del ministro Massimo Bray e del gruppo bancario “Intesa-San Paolo”.

La Sga, società controllata dal ministero dell’Economia, ha sborsatola cifra di 11,5 milioni di euro. L’acquisto è avvenuto il 9 gennaio al termine dell’11esima asta giudiziaria tenutasi alla sezione fallimentare del tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere. La Sgapoi cederà la Reggia al Mibac. Da parte sua, il Comune di San Tammaro, sul cui territorio ricade la reggia, aveva già deliberato la rinuncia al diritto di prelazione sul monumento proprio per consentire al ministero di pagare il debito del Consorzio di bonifica, proprietario del sito, a causa del quale la reggia era finita all’asta, andata più volte deserta.

“Sono davvero felice di aver mantenuto la promessa fatta a Tommaso. Ora #Carditello appartiene ai cittadini”, twitta il ministro Bray, ricordando Tommaso Cestrone, prematuramente scomparso, detto “l’angelo di Carditello”. Da solo e senza alcun obbligo, il 48enne prestava attività di manutenzione alla Reggia borbonica.

Il Real Sitoda anni è abbandonato al degrado. Il nome deriva da “Carduetum, cardueti – cardito, carditello”, ovvero “luogo piantato a cardi”, perché il luogo si presentava disseminato, appunto, della pianta di cardo, tanto da formare una barriera per chi voleva inoltrarsi a piedi o a cavallo. Costruito dall’architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, e situato a circa quattro chilometri ad ovest al centro abitato San Tammaro, a metà strada tra Napoli e Caserta, Carditello è un complesso architettonico sobrio ed elegante di stile neoclassico, destinato da Carlo di Borbone (1716-1788) a luogo per la caccia e l’allevamento di cavalli, poi trasformato, per volontà di Ferdinando IV di Borbone (1751-1752), in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l’allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. Non un semplice luogo di “svago” per i reali, dunque, ma vera espressione di imprenditoria ispirata dalle idee illuministiche che caratterizzavanoquei tempi.

 Nel 1920 gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale Combattenti. I 2070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti, esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti, che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del “Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno”. Nel 1943 fu occupata dalle truppe tedesche, che vi stabilirono il proprio comando. I vandalismi dei soldati contribuirono a incrementare lo stato di degrado.

Da allora la tenuta, che dovrebbe rappresentare una delle principali attrazioni turistiche della Campania e del Sud Italia, è in preda al più totaleabbandono. E la razzia di decori, sculture, arredi architettonici, pavimenti, attrezzature agricole, è all’ordine del giorno. Una vergogna tutta italiana, testimonianza, mai come in questo caso, dell’assenza delle istituzioni e del disinteresse verso il grande patrimonio storico di queste terre.

Il 27 gennaio 2011 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, a fronte dei debiti del consorzio di bonifica, aveva disposto la vendita all’asta del complesso monumentale al prezzo base di 20 milioni di euro. Una prima astaera andata deserta, così come le successive. Ora la notizia dell’acquisizione a patrimonio pubblico. Il rischioera che il sito, finendo in mano a privati, potesse trasformarsi in un beauty center, un casinò, o comunque assumere una destinazione completamente diversa da quella originale.

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