Caserta

Latte bovino, Coldiretti: “Il comparto casertano di nuovo in crisi”

Gianni LisiCASERTA. La vertenza parte dall’ultimo accordo siglato con alcune organizzazioni di settore (Confagricoltura e Cia) per il semestre agosto 2013 – gennaio 2014 in Lombardia, dove si produce il 40 per cento del latte italiano e, dove, il prezzoè stato fissato a 42 centesimial litro.

Un accordo che la Coldiretti ha responsabilmente rifiutato di firmare e che sta costando caro agli allevatori costretti ad affrontare un aumento stellare dei costi energetici e dell’alimentazione del bestiame; con la conseguenza che sono state chiuse molte le stalle e con la previsione che a chiuderne saranno numerose altre. In Campania il taglio della produzione è stato del 4,89 % , mentre la provincia di Caserta si assesta su una diminuzione del 4,3 %.

Il presidente della Coldiretti Caserta, Tommaso De Simone, e il direttore, Gianni Lisi (nella foto), che hanno già chiesto un appuntamento con i responsabili economici di Parmalat, in alcuni incontri zonali , hanno già dichiarato che la proposta di 42 centesimi al litro sulla media del periodo èun valore che non permetterà alle aziende agricole di stare in piedi e quindi, non sipotràavallare un’intesa che condanna a morte decine di allevamenti che sono già messi sotto pressione dall’aumento dei costi di gestione.

Secondoi vertici Coldiretti, che sonosempre stati disponibili ad una trattativa, un prezzo congruo per garantire la vita delle aziende e anche il reddito di tutta la filiera, industria compresa, dovràessere, per Caserta, di almeno 44/ 45 centesimi al litro. Ed entrambi ribadiscono che, i valori offerti durante gli incontri con le organizzazioni agricole in Lombardiasono statiuno schiaffo in faccia agli allevatori che ogni giorno sudano e lavorano per garantire il miglior prodotto del mondo ai consumatori e alle stesse aziende di trasformazione.

“Nel caso non si raggiunga un accordo dignitoso, con tutti i caseifici della provincia, tutta la Coldiretti di Caserta – afferma il Direttore Lisi – è pronta entrare in azione con iniziative eclatanti e per riaffermare il vero ‘made in Italy’ non si escludonodei raid nei maggiori supermercati della grande distribuzione in provincia, per informare i consumatori su quei prodotti che, pur usando marchi italiani o immagini che evocano il nostro Paese, sono realizzati, spesso,con materie prime straniere”.

“La nostra iniziativa – conclude Lisi – sarà raccontare da vicino a chi fa la spesa cosa c’è dietro il sistema latte, olio, ortofrutta e altro e, soprattutto, cosa stanno portando in tavola. E’ ora di finirla con le mezze verità che sono solo un inganno alle famiglie, oltre ad affossare le aziende agricole italiane con il furto di immagine e di qualità del vero prodotto italiano”.

Inoltre, relativamente alla vicenda del prezzo del latte la Col diretti fa presente che tenendo conto che il latte ‘spot’ (latte commercializzato al di fuori dei contratti di fornitura annuali o semestrali) e, in generale, proveniente dall’estero (Germania e Austria), ha raggiunto la quotazione record di 52centesimi al litro contro i 47,43 centesimi della fine di luglio ne consegue chequell’accordo firmato a 42 centesimiè stato un autentico suicidio. Il prezzo del latte ‘spot’ è il prezzo giusto del latte. Sono i prezzi dei contratti, che non sono equi.

Lo studio di Coldiretti Caserta ci dice che oggi produrre il lattecostamediamenteintornoai 43 centesimi al litro. Il prezzo del latte ‘spot’, paradossalmente, ha riportato giustizia. Però la sua commercializzazione è una parte infinitesimale, la gran parte è contrattualizzata con i prezzi imposti dall’industria di trasformazione.

Con questi prezzi (52 centesimi per litro) va da sé, che alle industrie conviene comprare il latte italiano sulla base dell’accordo a 42 centesimi al litro, considerato che costa meno, e realizzare, così, circa 100 milioni di speculazione. Infatti, ci sono industrie cherivendonoil latte , lucrando sulla differenza di quasi 10 centesimi al litro con le quotazioni dello spot. E’ un fiume di soldi nelle tasche di pochi, mentre gli allevamenti resistono a fatica e diversi chiudono.

Dall’inizio della crisi nel 2007 ad oggi in Italia hanno cessato l’attività oltre seimila allevamenti con la produzione di latte che nei circa 38mila allevamenti rimasti nei primi sei mesi del 2013 si è ridotta in media di oltre il 3% rispetto allo scorso anno, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Agea, ma è possibile che il deficit possa ulteriormente aggravarsi.

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