Italia

Berlusconi “minaccia” Monti e spiazza il Pdl

 ROMA. Silvio Berlusconi si riprende la scena e “spiazza” il Pdl: la linea la detto ancora io. Una lunga conferenza stampa, convocata nel pomeriggio di sabato 27 ottobre, dopo aver annunciato in mattinata di sentirsi “obbligato a restare in campo” in seguito alla condanna nel processo Mediaset.

E, per far capire che non scherza, prende subito le distanze dal Professore: nessun Monti bis, se vuole si candidi. Poi avverte: potremmo togliere la fiducia al governo, “valuteremo nei prossimi giorni”. In un colpo solo, insomma, il Cavaliere sembra affossare le primarie del partito (anche se precisa che lui non correrà), mettere una dura ipoteca sull’unione dei moderati a cui faticosamente lavora da settimane Angelino Alfano e annullare lo “smarcamento” che lo stato maggiore di via dell’Umiltà riteneva di aver ormai conquistato.

Per il Giornale, quotidiano della famiglia Berlusconi, il discorso di sabato viene definito il “manifesto” del Cavaliere. E mentre l’Unità parla dello “spettro” che ritorna, la Stampa e il Corriere della Sera vedono dietro le parole di Berlusconi due scenari: per il giornale torinese si tratta del segnale dell’intesa siglata con la Lega (difatti l’unico partito ad aver applaudito il discorso), mentre per via Solferino è un messaggio al Pd, quello di andare alle urne a febbraio con l’attuale legge elettorale.
Una cosa è certa, nel Pdl l’atmosfera è sempre più tesa. Se il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto smorza i toni e invita a fare le dovute valutazioni, sia sulla crisi in atto, che sull’aggregazione di tutti i moderati, Daniela Santanchè chiede la testa del segretario Alfano. Immediata la reazione del vice presidente del Pdl alla Camera Osvaldo Napoli, anche lui negli abiti di pompiere. Quello su Monti, dice “è lo sfogo di uno statista che ha dovuto mandar giù qualche rospo” e definisce la pasionaria una “traditrice della prima ora” entrata ed uscita dal Pdl come “da una porta girevole”.

Fuori dal partito, proprio tra quei moderati che il Cavaliere vorrebbe vedere uniti, è chiusura. “Altro che unione dei moderati nel nome del Ppe”, dichiara Gianfranco Fini, le parole del Cavaliere costituiscono “il manifesto politico del populismo antieuropeo e autoritario”. Per Benedetto Della Vedova, capogruppo di Fli alla Camera, “è evidente che la costruzione di un centro riformatore per consentire una scelta di continuità col buon governo di Monti è urgente”. Sulla stessa linea anche il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: “Su queste basi incontrerà ben pochi moderati e ogni appello al Ppe diventa insultante”.

Il presidente del Pd Rosy Bindi definisce l’intervento preoccupante” e al di là “del benservito” al governo Monti sottolinea come abbia teso anche a “delegittimarlo con una contro-narrazione dei fatti”. Antonio Di Pietro auspica “che su questo triste spettacolo cali il sipario una volta per tutte”, mentre per il capogruppo dell’Idv al senato Felice Belisario il Cavaliere è ormai un “pugile suonato che non sente il gong”. Ma se il discorso del Cavaliere provoca allontanamento tra i centristi, piace alla Lega Nord. Roberto Maroni si compiace perché è stato “critico con Monti” e per Roberto Calderoli è un “intervento da segretario di partito con un programma che fa prevedere l’ennesimo predellino”.

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