Esteri

Caccia a Gheddafi, a Tripoli infuria la battaglia

 TRIPOLI. Il bunker di Muammar Gheddafi a Tripoli, l’ultimo baluardo del regime, è sotto il controllo degli insorti. Gli stessi ribelli hanno annunciato che chiunque catturerà o ucciderà il Raìs sarà graziato.

Il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico ha offerto 1,6 milioni di dollari per la cattura di Muammar Gheddafi, vivo o morto. La somma (pari a due milioni di dinari libici) è stata stanziata da un gruppo di imprenditori e dallo stesso Cnt, che ha inoltre offerto la piena amnistia a qualunque collaboratore di Gheddafi che consegni il rais ai ribelli.

Da martedì notte la bandiera degli insorti sventola sulla fortezza del Raìs, ma di lui non c’è traccia. “Morte o vittoria contro l’aggressore”, ha ripetuto il Colonnello in un messaggio audio trasmesso da una radio locale, invitando poi il suo popolo, in un secondo appello via audio, a “ripulire Tripoli dai traditori”. “Ho passeggiato in incognito, senza che la gente mi vedesse, e ho notato giovani pronti a difendere la loro città”, ha affermato anche il leader libico. Il Colonnello, secondo Mahmud Nacua, incaricato d’affari dell’Ambasciata libica a Londra, si starebbe nascondendo con alcuni collaboratori in una fattoria nei dintorni di Tripoli.

LA BATTAGLIA. La capitale, intanto, è ancora un campo di battaglia. Mercoledì mattina sono state udite diverse potenti esplosioni, almeno dieci, che hanno letteralmente scosso la zona orientale della città. Colpi di armi pesanti sono stati sentiti provenire successivamente dalla zona dell’Hotel Rixos, l’albergo dei giornalisti -non lontano dal compound di Bab al Aziziya – dove da alcuni giorni sono bloccati diversi giornalisti. Le forze lealiste, che avrebbero lanciato la notte scorsa diversi missili Scud in direzione di Misurata, ora stanno bombardando il centro della capitale. Violenti scontri anche nella parte meridionale della città, nel sobborgo di al-Hadhba al-Khadra, dove secondo i ribelli potrebbe essersi nascosto il Raìs.

GIORNALISTI IN OSTAGGIO. Nel frattempo, altri quattro giornalisti stranieri – tra cui l’inviato del New York Times – sono stati trasportati a forza nell’hotel Rixos di Tripoli, dove si trovano in ostaggio da cinque giorni almeno 35 reporter: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Daily Telegraph. Il gruppo si era avvicinato all’hotel a bordo di un’automobile: gli uomini armati che presidiano l’albergo hanno sparato dei colpi in aria, hanno costretto l’autista a scendere e a sdraiarsi per terra e trascinato dentro i giornalisti. Fedeli al regime di Gheddafi impediscono ai reporter di lasciare l’albergo. “La situazione è peggiorata nella notte”, ha raccontato Matthew Price, inviato della Bbc intervenendo alla trasmissione “Today Programme”. “Ci sono soldati che ci controllano e cecchini sul tetto. I nostri movimenti sono limitati e chiaramente non siamo in grado di uscire dall’edificio”. Price ha riferito che un cameraman della televisione britannica Itn ha un mitragliatore Ak47 puntato addosso. Tutti i giornalisti, con indosso elmetto e giubbotto antiproiettile, si trovano al primo piano dell’albergo controllati a vista dalle forze lealiste.

400 MORTI IN TRE GIORNI. Della presa di Tripoli si comincia, intanto, a fare un primo bilancio. Secondo una stima fornita da Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), i combattimenti che infuriano da tre giorni nella capitale hanno provocato più di 400 morti e duemila feriti. Nel corso dei combattimenti, gli oppositori hanno catturato quasi 600 soldati fedeli a Gheddafi, ha aggiunto Jalil, precisando che la battaglia sarà portata a termine con l’arresto del Colonnello. Gli ospedali di Tripoli sono in grave emergenza e faticano a curare i feriti, ha dichiarato, sottolineando che alcuni di loro hanno bisogno di essere trasferiti.

TRIPOLI IN MANO AGLI INSORTI. Nella capitale, la residenza della di Bab al Aziziya è ormai interamente nelle mani degli insorti, ma restano alcune sacche di resistenza in tre quartieri della città. “La battaglia non è finita, si completerà con l’arresto di Gheddafi”, ha insistito. E “spero che Gheddafi sia catturato vivo, perchè possa essere processato e il mondo possa conoscere i suoi reati”, ha aggiunto. “Trasformeremo la Libia in vulcani, lava e fiamme”, è d’altra parte la minaccia lanciata nella notte dal portavoce del governo libico, Ibrahim Moussa, in un colloquio telefonico con le emittenti al-Rai e al-Oruba. Il portavoce ha affermato che Gheddafi è in grado di resistere per mesi o anni agli insorti che hanno preso il controllo della maggior parte di Tripoli.

DIPLOMAZIA. Ferve al contempo l’attività diplomatica: Francia e Gran Bretagna hanno fatto sapere di lavorare, insieme ai loro partner, alla messa a punto di una nuova bozza di risoluzione da sottoporre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, allo scopo di ottenere la revoca delle sanzioni contro la Libia e lo scongelamento dei fondi bloccati ai gerarchi di Gheddafi e alle entità, pubbliche e private, riconducibili al suo regime. Il premier del Cnt Mahmood Jibril ha iniziato un tour dipomatico che lo porta da Sarkozy, il 25 agosto da Berlusconi e poi a Istanbul alla riunione del Gruppo di contatto. La Cina ha poi ammorbidito i toni nei confronti degli insorti, che non ha ancora riconosciuto ma che a suo tempo aveva comunque definito “interlocutori legittimi”. Pechino ha affermato di “rispettare le scelte del popolo libico” e di “augurarsi una transizione improntata alla stabilità”. Dalla Russia il presidente russo Dmitri Medvedev ha esortato il leader libico latitante ad avviare negoziati con i ribelli. “A dispetto dei successi degli insorti” (e a differenza di molti altri leader della comunità internazionale), il numero uno del Cremlino si è detto convinto che il Raìs “ha ancora qualche influenza nel Paese”.

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