Campania

Ucciso per uno sgarbo ai Casalesi: 4 arresti

 CASERTA. I carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Caserta, coordinati dalla Dda di Napoli hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei presunti componenti del commando che il 6 settembre 2002, a Castel Volturo, uccise Nicola Di Maio.

La vittima, secondo le risultanze investigative, si era resa responsabile di un’estorsione con il metodo del cosiddetto “cavallo di ritorno” nei confronti di Renato Grasso, attivo nel settore dei videopoker e contiguo al clan dei Casalesi – fazione Bidognetti, al quale erano state rubate un’autovettura ed una motocicletta a Castel Volturno. Destinatari del provvedimento cautelare notificato sono: Enrico Martinelli, 47 anni, già detenuto; Luigi Grassia, 38, già detenuto, e Agostino Spenuso, 34, che avrebbero avuto rispettivamente il ruolo di mandante ed istigatore il primo e di esecutori materiali i restanti due. La misura cautelare non è stata notificata a Rosario Esposito, 50 anni, poiché latitante.

Nel corso dell’indagine, basata su approfondimenti investigativi e sull’incrocio e sull’analisi di dati acquisiti all’epoca del delitto e sui riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Emilio Caterino, Luigi Guida e Massimo Iovine, si è appurato che l’attentato era stato commesso mediante l’esplosione di due colpi di pistola calibro 7,65 munita di silenziatore, al fine soprattutto di riaffermare la supremazia del gruppo Bidognetti sulla fascia domiziana e dimostrare di essere in grado di “punire”, con la morte, la sfrontatezza di Di Maio che, alla richiesta di Grasso di ottenere uno “sconto” sul cavallo di ritorno in quanto amico di Luigi Guida, detto “’O Drink”, aveva risposto offendendo lui ed il suo referente. A tanto, il Grasso aveva chiesto spiegazioni a Enrico Martinelli che, senza mezzi termini e con l’avallo dei vertici del clan, aveva decretato la morte di Di Maio che, con la condotta sopra descritta, aveva screditato il prestigio e l’autorità di Luigi Guida, all’epoca capozona a Castel Volturno per conto del boss Francesco Bidognetti. Come ulteriore gesto simbolico, il cadavere di Di Maio veniva posto all’interno del bagagliaio di un’autovettura rubata che veniva successivamente bruciata.

L’episodio segna anche il momento maggiormente critico della rottura all’epoca in atto – tutta interna al gruppo Bidognetti – tra la frazione facente capo a Luigi Guida e quella legata ai fratelli Letizia. Tale circostanza è più volte emersa durante il processo presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico di Giuseppe Setola.

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