Sessa Aurunca - Cellole

Nucleare, intervista a Giulia Casella (Legambiente)

Giulia CasellaSESSA AURUNCA. Intervista a Giulia Casella, presidente del circolo Legambiente “A. Petteruti” di Sessa Aurunca, relativamente alla campagna antinucleare portata avanti in tutta Europa e nel mondo.

D – Vorremmo capire qual è la situazione attuale, soprattutto alla luce dei nuovi accordi di questo governo con la Francia e l’orientamento europeoin merito alla questione.

R- L’Italia ha una potenza elettrica installata ampiamente superiore alla richiesta (88.300 MW contro 55.600 MW, dati 2006). Ma da quando il settore è stato privatizzato i costi dell’energia elettrica prodotta in Italia sono tra i più alti d’Europa: per cui ci conviene mantenere delle centrali spente e comperare energia dall’estero. La Francia, che ha visto fallire un contratto da 20 miliardi di euro con Abu Dabhi per la costruzione di centrali Epr, ha bisogno di vendere e quindi l’accordo con l’Italia è stato provvidenziale per Sarkozy. Nei Paesi europei c’è una tendenza non generalizzata a un ritorno al nucleare o comunque a prolungare la vita delle centrali esistenti.

D-Quali iniziative di Legambiente sono previste sul territorio prossimamente?

R- Legambiente sta lavorando sul nucleare dagli anni ’70, rivelando i numerosi guasti avvenuti in centrale e gl’ingenti danni causati all’ambiente e alla salute dei cittadini. Abbiamo documentato la nascita di animali e,ahimè, anche di bambini, con malformazioni spesso incompatibili con la vita.

Tra le iniziative attuali:

– il Circolo di Sessa Aurunca, intitolato a Alfredo Petteruti, uno dei padri ambientalisti del territorio, ha coinvolto i Sindaci del Comune di Sessa, del Basso Lazio e dell’Alto Casertano che, nel mese di febbraio 2010, hanno firmato un documento comune contro l’energia nucleare e contro la ventilata ipotesi della costruzione di un deposito nazionale di scorie e rifiuti radioattivi nel sito della dismessa centrale nucleare del Garigliano;

– abbiamo costituito ilComitato Antinucleare “Garigliano” con associazioni del BassoLazio e dell’Alto Casertano, per rendere più incisive le iniziative da mettere in campo;

– sabato, 24 aprile 2010, abbiamo organizzato, nell’ambito del Chernobyl Day, una manifestazione antinucleare coinvolgendo Sindaci, scuole, diocesi, politici, associazioni ambientaliste, sindacati, agricoltori, allevatori e tanti cittadini.

D-Che cos’è il Chernobyl day?

R- Il 26 aprile del 1986 esplose il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina. I danni di quel disastro, a 24 anni di distanza, non sono stati ancora del tutto quantificati. In Bielorussia e Ucraina furono contaminati più di 140mila chilometri quadrati di territori e fu necessaria l’evacuazione di circa 350mila persone. A 22 anni di distanza, il disastro ha ancora un pesante effetto sulla popolazione e tutt’oggi si registrano nuove vittime per cancri e leucemie. Uno studio di scienziati dell’Accademia delle Scienze dell’Ucraina e della Bielorussa, pubblicato da Greenpeace nel 2006, stima che nel lungo periodo si potranno raggiungere le 140mila vittime – contro le poco più di 9 mila delle cifre ufficiali. E questo solo in Ucraina e Bielorussia, senza considerare gli altri Paesi contaminati in seguito all’incidente.

Dopo quel disastro, in Italia, nel 1987, si svolse un referendum che mise fuori legge l’energia nucleare. Furono chiuse le 4 centrali, Trino Vercellese, Caorso, Montalto di Castro e Garigliano. Quest’ultima già chiusa nel 1982 perché costruita senza criteri antisismici.

Con il Chernobyl day, iniziativa presa dal reseau francese “Sortir du nucleare” a livello internazionale, si vuole ricordare, soprattutto alle giovani generazioni, il disastro di allora. In Italia è ancora più sentita questa esigenza, dato che il Governo Berlusconi vuole riportare l’energia nucleare acquistando le centrali, i cosiddetti Epr di 3^ generazione, dalla Francia.

D-Perchè essere contro il nucleare?

R-Il discorso si fa lungo e articolato. A parte Chernobyl, noi del Garigliano abbiamo accumulato ben tristi esperienze. Già nel periodo di apertura della centrale (anni 1964/65) si registra un sensibile aumento percentuale delle malformazioni sui vitelli della zona della piana del Garigliano (inchiesta del 1981 del prof. Alfredo Petteruti)) che arrivò ad un aumento esponenziale nell’area di S. Castrese-Sessa Aurunca, limitrofa alla centrale. I dati Istat raccolti nel periodo compreso fra il 1972 e il 1978 (anno del “guasto tecnico” alla Centrale) rilevano che il tasso di mortalità per tumori e leucemie, su una percentuale media italiana di poco più del 7%, nella piana del Garigliano, era attestato drammaticamente al 44,48% (di cui il 21,63% nella sola provincia di Latina).

Nel 1984 un’indagine sulle malformazioni dei neonati (effettuata dall’Asl Latina-6 di Formia), registra un tasso del 19,57% sempre nella piana del Garigliano, con bambini anencefali registrati presso l’ospedale di Minturno o affetti da ciclopismo (malformazione molto rara in cui si trova un unico occhio sulla fronte) presso l’ospedale di Gaeta.

La stessa centrale, come rilevato in 4 campagne radioecologiche dell’Enea, ha contaminato oltre 1.700 kmq di mare con metalli pesanti, soprattutto cesio 137 e cobalto 60 che sono entrati nella catena alimentare;

Il sito del Garigliano è idrogeologicamente inidoneo per localizzarvi impianti e depositi nucleari perché rientra in zona sismica di 2^ categoria, perché il terreno è di natura alluvionale e a rischio esondazioni. In alcune di queste, l’acqua è penetrata in locali sotterranei, e, uscendone, ha contaminato il fiume e il mare. In due occasioni i filtri del camino sono esplosi diffondendo nell’aria e sul terreno migliaia di metri cubi di polveri radioattive.

L’inidoneità è chiaramente espressa nel “Dossier rifiuti radioattivi” dal Ministero Ambiente nel 1985;

Quanto alle nuove centrali programmate, gli Epr di 1.600 MW ciascuna, a fronte di quella dismessa di 160 MW, è necessario reperire ingenti quantità di acqua per il raffreddamento (100mila litri al secondo) e la portata del fiume Garigliano non può garantire tale apporto, senza considerare che i cambiamenti climatici possono diminuirne ancora la portata mettendo in crisi i reattori nucleari come avvenne in Francia nel 2003 (la Francia consuma il 40% dell’acqua per il raffreddamento delle centrali).

Come non bastasse, il primo Epr in costruzione a Olkiluoto, in Finlandia, il cui cantiere fu aperto nel 2005 con una previsione di completamento nel 2009, ha già subito un ritardo di tre anni. Il quotidiano economico finlandese Kauppalehti ha scritto che il ritardo a Olkiluoto costerà ai consumatori scandinavi 3 miliardi di euro in più, secondo una stima del consorzio di industrie pesanti che hanno contribuito a finanziare il cantiere della centrale finnica, cioè da un costo previsto di 3 miliardi, si è già arrivati a circa 6 mld.

Inoltre le autorità di sorveglianza nucleare francese, finlandese e britannica intimano congiuntamente ad Areva di rivedere la concezione dell’apparato di sicurezza del prototipo Epr, i cui primi reattori, fra aumenti di costi vertiginosi e tempi di consegna che sembrano allungarsi all’infinito, sono attualmente in costruzione in Finlandia e Normandia.

Ma il problema dei problemi è quello dello smaltimento delle scorie. Ogni impianto nucleare produce un quantitativo di scorie e gran parte della centrale stessa, a fine vita, diventa una scoria da conservare per tempi lunghissimi. Nessun Paese, compresa l’Italia, dopo 60 anni di storia del nucleare, ha ancora trovato la soluzione per la gestione di lungo termine delle scorie. Si tratta di controllare per 2-3 secoli quelle a vita media e per decine di migliaia di anni quelle a vita più lunga. Chi potrà garantire questo processo nel tempo? Oltre a rappresentare un costo rilevante e poco calcolabile, la gestione di lungo termine delle scorie è un’eredità velenosa che lasciamo alle generazioni future.

Un deposito di scorie nucleari deve resistere per millenni ai cambiamenti naturali, climatici dello stato dei luoghi e di tutti gli imprevisti da calcolare preventivamente. Diversamente si fa la fine del deposito tedesco nelle miniere di sale di Asse nella Bassa Sassonia, dove il governo tedesco non ha ancora calcolato le finanziarie necessarie per riuscire a bonificare il sito e a garantire sicurezza alle popolazioni locali e alle economie agricole della zona.

L’argomento è così delicato che le valutazioni richiedono studi molto approfonditi non sempre dall’esito sicuro. Negli Stati Uniti, dopo 25 anni di studi, la realizzazione del deposito geologico di Yucca Mountain è stato sospeso in quanto sono stati messi in discussione tutti gli studi effettuati.

( Yucca Mountain è zona vulcanica, sismica e a rischio allagamento). Anche a Scanzano furono commessi gli stessi errori di valutazione, anzi non vi erano proprio studi approfonditi, ma c’era solo la volontà politica di creare in un sito militare un deposito di scorie nucleari.

l’Icrp, l’Agenzia Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti, dichiara che dosi comunque piccole di radiazioni, aggiungendosi al fondo naturale di radioattività, possono causare eventi sanitari gravi ai lavoratori e alle popolazioni, nel funzionamento “normale” degli impianti e, ovviamente, nel caso di incidenti.

Fuor da ipocrisie, la definizione Icrp di Dose Limite di radiazioni non significa dose al di sotto della quale non c’è rischio, ma quella dose “alla quale sono associati effetti somatici (tumori, leucemie) o effetti genetici che si considerano accettabili a fronte dei benefici economici associati a siffatte attività con radiazioni”.

I gravi rischi sanitari si possono verificare, non solo in condizioni incidentali, ma anche nel semplice funzionamento di routine, solo che la radioattività è inodore, incolore e insapore e quindi non desta allarme.

D – Pensa che l’energia alternativa sia la giusta soluzione?L’energia eolica inquina il paesaggio e dopo un tot di anni vanno rimossi gli impianti …..oppure l’energia idroelettrica è stata talvolta ostacolata proprio dagli ambientalisti per la costruzione delle dighe …. quale il percorso migliore da adottare secondo Lei?

R – Non solo l’energia alternativa, ma anche il risparmio energetico. Gli sprechi di energia costano all’Italia 8 miliardi di euro ogni anno,come una Finanziaria. È l’efficienza la risorsa energetica più abbondante, conveniente e di immediata disponibilità per il nostro paese, spiega il VI° rapporto CNPI-Censis sulla sicurezza energetica italiana. Altro risparmio del 40% si potrebbe ottenere dagli impianti di cogenerazione.

Tra le energie alternative, oltre al solare e all’eolico, bisogna annoverare la geotermia, le biomasse e, proiettandosi in un futuro non lontano, le cosiddette case passive, già realizzate in alcuni paesi del Centro e Nord Europa.

E’ una questione di scelte politiche e di investire risorse sulla ricerca.

In Germania, che certamente non ha più sole di noi italiani, l’energia solare ha creato 350.000 posti di lavoro che, con l’indotto, arrivano a 700.000.

La Spagna ha installato lo scorso anno 3.500 MW (milioni di Watt) di energia eolica, ed ha realizzato tre torri solari destinate a fornire l’elettricità all’area di Valenza.

Per l’energia eolica ci sono elementi a favore quali l’economicità, la purezza della fonte e l’incessabile utilizzo del vento. Tra gli elementi contro ci sono l’inquinamento acustico e le interferenze radio, l’impossibilità di sfruttare tale fonte energetica in molti luoghi, la deturpazione del paesaggio.

D – Tutti i maggiori paesi d’Europa e del mondo sono autosufficienti, perchè noi non possiamo diventarlo?

R – L’energia nucleare non è abbondante né risolve la carenza di energia. Si, in Francia ricavano gran parte dell’energia dalle centrali nucleari, ma a costi altissimi. Tra l’altro ricordiamo che questo paese ha ricavato plutonio dalle centrali e ha fatto esperimenti nelle isole Mururoa con l’esplosione di bombe atomiche 200 volte più potenti di quelle fatte esplodere a Hiroshima e Nagasaki.

In Italia, anche a regime, le 4 centrali soddisferanno appena il 4 o 5% della domanda di energia complessiva del paese, essa fornisce oggi al fabbisogno mondiale di energia elettrica un contributo pari al 15% e, secondo la stima dell’Agenzia Onu per l’Energia Atomica, a questo ritmo, c’è uranio solo per 70 anni: Se dunque volessimo fare dell’energia nucleare una vaga alternativa ai combustibili fossili, ne avremmo per 20-25 anni: cioè ci scanneremmo per l’uranio come ci scanniamo per il petrolio.

Costruire nuovi impianti significherebbe dimezzare la disponibilità di Uranio da 70 a 35 anni. Considerando che la vita di un reattore Epr sarebbe di 60anni, non si troverebbe più uranio per alimentarle.

D-Non crede che il ritorno al nucleare sia un toccasana per le tasche degli italiani?

R – Il rapporto dell’Energy Information administration, del Dipartimento per l’energia statunitense, confermano i dati dell’ultimo rapporto del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Mit): i costi del nucleare sono cresciuti rispetto alle stime precedenti e sono sempre meno competitivi rispetto alle altre fonti energetiche, fossili e rinnovabili: dai 6,7 centesimi a kilowattora stimati nel 2003 il nucleare è passato ad un costo di 8,4 cent a kilowattora contro i 6,2 del carbone ed i 6,5 del gas. (dati del giugno 2009).

Le stime del Dipartimento statunitense dell’energia (DOE) effettuate nel 2004 per impianti che entrano in funzione nel 2010 sono chiaramente a sfavore del nucleare. Infatti danno: 4,97 centesimi/kWh per i nuovi impianti a gas, 5,05 per le nuove pale eoliche, 5,31 centesimi per il carbone pulito e 6,13 per le centrali nucleari.

A questi costi industriali va aggiunta la conseguenza economica – non solo ambientale e sanitaria – di incidenti. Anche incidenti non gravi, infatti, comportano un fermo impianto potenzialmente lungo che incide sulla produzione. In caso di incidenti rilevanti, poi, chi paga il danno biologico e ambientale? Nei costi del Kwh nucleare, spacciato per economico, non vengono conteggiati i costi di costruzione (un ingente investimento che può essere recuperato solo dopo 15-20 anni di attività), quelli dello smantellamento, quelli della creazione di elettrodotti (per un solo km di elettrodotto aereo occorrono 500mila euro), quelli, finora irrisolti, dello smaltimento delle scorie. Il più grande gruppo energetico tedesco, E-On, afferma che un nuovo EPR può arrivare a costare “fino a 6 miliardi di euro”, esclusi i costi di smantellamento. Negli Stati Uniti non si fabbricano più centrali nucleari dal 1978. Il tentativo di Bush è fallito perché le grandi imprese non ne hanno voluto sapere per i costi ingenti. Lo stesso tentativo di quest’anno di Obama di recuperare la centrale di Vermont Yankee è stato bocciato dal Senato del Vermont.

Nel 2008, in Germania è stato pubblicato uno studio epidemiologico che, su incarico governativo, aveva valutato l’incidenza di tumori nei bambini nati in un raggio di cinque chilometri dalle 15 centrali nucleari operative in Germania.Lo studio, denominato KiKK (in Italiano: Cancro Infantile nelle Vicinanze di Centrali Nucleari) ha trovato un significativo aumento dei tumori solidi e delle leucemie nei bambini di età inferiore a cinque anni, nati entro cinque chilometri di distanza dalle centrali tedesche. Lo studio aggiunge che si possono verificare effetti di teratogenesi (malformazioni anche mortali). Anche la salute ha un costo e la vita ancora di più.

Da non sottovalutare la svalutazione di case e terreni; la perdita economica in agricoltura e zooallevamenti, con prodotti di eccellenza quali olio, vino, frutta, mozzarella che nessuno vorrebbe più acquistare; la perdita, sempre in termini economici, dei flussi turistici e balneari.

D – La centrale del Garigliano: qual è l’attuale situazione?

R – La chiusura della centrale del Garigliano, dismessa dal 1982, ma già non funzionante dal 1978, è stata affidata, come le altre tre, alla Sogin (Società gestione impianti nucleari) nel 1999. Finora Sogin ha trasferito, alla fine degli anni ’80, le barre di uranio, cioè le scorie a più alta pericolosità e a più lunga durata, a Saluggia, a “friggere” cioè a raffreddarsi nelle piscine dell’impianto “Avogadro” . Successivamente, negli anni ’80 e ’90, una parte è stata trasferita in Inghilterra e un’altra in Francia per il riprocessamento, ossia per estrarne plutonio e uranio. Le altre scorie, quelle di 2^ cat. che ammontano a 2.572 mc, la cui durata è di alcuni secoli, sono state messe in sicurezza in 3.331 cask e sono stoccati nella centrale stessa.

Attualmente, in attesa della individuazione di un sito per costruirvi un deposito nazionale, è in costruzione un deposito “provvisorio”, D 1, di 11.000 mc, per stoccare 1.100 mc di rifiuti radioattivi ed è stato ristrutturato il locale ex diesel, di 600 mc, in cui se ne dovrebbero stoccare 60 mc.

Quando tutta la centrale sarà smantellata, le scorie ammonteranno a circa 5.000-6.000 mc di rifiuti radioattivi.

Da più parti si ventila la sciagurata ipotesi che il deposito nazionale dovrebbe essere costruito proprio nel sito del Garigliano. In Italia 80 mila metri cubi di rifiuti radioattivi derivanti dalle vecchie centrali richiederebbero depositi per un volume di 800mila mc, considerando che un deposito può contenere un decimo della sua volumetria. A questi vanno aggiunti quelli stoccati in varie località, come quelli di Rotondella, di Casaccia ecc. e i rifiuti derivanti da industrie varie e attività ospedaliere, quelli che torneranno dall’estero e quelli, ben più consistenti, derivanti dalla attività degli Epr.

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