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Omicidio Hina, la Cassazione: “Non furono motivi religiosi”

Hina SaleemBRESCIA. Non furono motivi religiosi e culturali, ma “un patologico e distorto rapporto di possesso parentale”.

La Cassazione ha reso note le motivazioni della sentenza con cui il 12 novembre scorso ha confermato la condanna a 30 anni di reclusione inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia a Mohammed Saleem, il padre della giovane Hina Saleem, uccisa nell’agosto del 2006 perché “viveva all’occidentale”.

“La motivazione dell’agire dell’imputato – si legge nella sentenza 6587 della Prima sezione penale – è scaturita da un patologico e distorto rapporto di possesso parentale, essendosi la riprovazione furiosa del comportamento negativo della propria figlia fondata non già su ragioni o consuentudine religiose o culturali, bensì sulla rabbia per la sottrazione al proprio reiterato divieto paterno”.La Suprema Corte dichiara di condividere le motivazioni dei giudici d’appello, che hanno negato attenuanti al padre di Hina, concesse, invece, ai cognati della ragazza, condannati in via definitiva a 17 anni (in primo grado erano stati invece inflitti loro 30 anni di carcere). La Cassazione, inoltre, hanno condiviso la sentenza d’appello con la quale veniva disposta una provvisionale, come risarcimento danni, a favore del fidanzato della ragazza uccisa, Giuseppe Tampini.

Hina fu uccisa a Sarezzo, nel bresciano, e sepolta nel giardino di casa, avvolta in un lenzuolo bianco. La ragazza era fidanzata con Giuseppe, un ragazzo di 33 anni bresciano e cattolico,conviveva con lui, e aveva tenuto nascosto alla famiglia che aveva anche un lavoro. La figura di Hiina, in questi anni, è divenuta un simbolo della lotta per l’emancipazione delle donne musulmane.

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