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Estorsioni, tre fermi contro il clan Belforte

Franco RobertiMARCIANISE. La Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli ha eseguito tre fermi nei confronti di esponenti del clan camorristico Belforte di Marcianise per estorsione aggravata ai danni di un imprenditore nel settore rifiuti.

I fermati sono Agostino Capone, 40 anni di Caserta, Giuseppe Feola, detto “Peppe ‘o Napulitan”, 52 anni di Capodrise, Armando Santonicola, detto “Zio Armando”, 62 anni di Marcianise. Il provvedimento di fermo eseguito nella nottata rappresenta l’ulteriore sviluppo investigativo di un’ampia e delicata indagine, coordinata dal procuratore aggiunto della Repubblica compiuta sinergicamente da Polizia, Guardia di Finanza di Marcianise e Carabinieri del Noe di Roma e del Noe di Caserta, che già nella mattinata di ieri aveva portato all’arresto in flagranza di altri due soggetti, ovvero gli esecutori materiali dell’estorsione: Vincenzo Di Vilio e Salvatore Commonara.

Colpito il gruppo camorristico che a tutt’oggi – nonostante i diversi arresti subiti negli ultimi mesi e nonostante il momento di particolare emergenza che vede tutte le forze dell’ordine impegnate sul territorio – aveva dimostrato la capacità di rigenerarsi e di essere ancora e pervicacemente presente ed operativo sul territorio. E’, inoltre, significativo che l’estorsione sia stata scoperta non in forza delle dichiarazioni delle parti lese, ma solo grazie ad una complessa e delicata attività di intercettazione ambientale. Ciò conferma, ancora una volta che nella Provincia di Caserta, in particolare, sono radicati ormai da lungo tempo clan malavitosi, che hanno raggiunto elevati livelli organizzativi grazie ai quali gestiscono ingenti risorse economiche e controllano rilevanti settori produttivi, tra cui, soprattutto, quello dei pubblici appalti; e ciò attraverso meccanismi raffinati e collaudati che consentono anche di assicurare rilevanti erogazioni di denaro proveniente da pubbliche commesse e mediante una fitta rete di rapporti imprenditoriali in diversi settori, tra cui, certamente, anche quelli della gestione dei trasporti e dei rifiuti.

Si creano, in tal modo, significative cointeressenze tra i vari soggetti coinvolti nelle attività economiche; tali rapporti, saldati dal vincolo malavitoso ed abilmente diretti ed indirizzati dai personaggi di vertice, assicurano all’organizzazione il condizionamento economico della zona e, di conseguenza, un invasivo e pericoloso controllo del territorio. Inoltre, deve rimarcarsi che l’attività estorsiva continua a rappresentare la forma primaria e principale di assoggettamento di intere popolazioni al volere mafioso, perchè eseguita in modo capillare e palese. Essa influenza tutta la vita economica del casertano e ne condiziona lo sviluppo in maniera più evidente che altrove. Tale elemento si ritiene essere il più grave segnale della grande forza intimidatrice del clan e del pesante condizionamento psicologico derivante sulle vittime, le quali, col tacere sui soprusi e sulle violenze ricevute, più o meno consapevolmente, finiscono per favorire il gioco dei camorristi e distruggere il già fragile tessuto imprenditoriale locale. La vicenda, collocata pertanto nel giusto contesto, finisce per diventare esemplare esempio della gestione camorristica del territorio: ogni attività economica viene tempestivamente “monitorata” dal clan operante nella zona e tale monitoraggio conduce inevitabilmente a richieste estorsive. L’imprenditore, pertanto, è costretto a sottomettersi alla volontà del clan ed il prezzo della prevaricazione subita è pagato con modalità di matrice estorsiva.

Le indagini rappresentano un ulteriore traguardo investigativo delle operazioni effettuate nel settore della gestione illecita dei rifiuti e che, all’inizio dell’anno scorso, avevano portato all’arresto del capo clan Giorgio Marano (“Operazione Ecoboss”) in quanto si è scoperto che alcuni imprenditori operanti nel settore dei rifiuti, non appena acquisito appalti in tali settori venivano individuati da emissari del clan, portati al cospetto di esponenti dell’organizzazione camorristica locale (nel caso di specie, Clan Belforte) e costretti a corrispondere tangenti estorsive.

Gli imprenditori – fatti salire sulle auto dei camorristi e condotti in luoghi isolati – venivano portati al cospetto dei rappresentanti del clan per le diverse “zone” ove dovevano svolgersi le prestazioni lavorative da sottoporre a “pizzo”. Infatti, nel caso che ci occupa, all’appuntamento erano presenti sia il “rappresentante” della zona di Marcianise, ovvero Feola Giuseppe, che il “rappresentante” della zona di Caserta, ovvero Capone Agostino.

Le indagini consentivano di disvelare anche che coloro i quali erano stati incaricati di riscuotere materialmente l’estorsione, a loro volta, avevano “gonfiato” la richiesta effettuata originariamente dagli esponenti più importanti del clan per ricevere, anch’essi, una ulteriore quota estorsiva. Si tratta, in sostanza, di una sorta di “pizzo sul pizzo”.

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