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Processo Spartacus, il capitolo di un libro ancora aperto

Francesco BidognettiFrancesco SchiavoneNAPOLI. Con la sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli al processo Spartacus sul clan dei casalesi si è sostanzialmente chiuso un capitolo di un libro ancora drammaticamente aperto, come, del resto, attestano i recenti omicidi di imprenditori coraggiosi, di dichiaranti e di parenti di pentiti.

La sentenza del processo che è riuscito a richiamare, oggi e solo oggi, l’attenzione dei media nazionali purtroppo grazie più ad un successo editoriale che alla gravità del fenomeno delinquenziale ivi rappresentato, ha messo la parola fine a quella che può essere definita la prima generazione del sanguinario clan di Terra di lavoro. La conferma degli ergastoli nel secondo grado di giudizio per boss storici quali Francesco Schiavone di Nicola(detto Sandokan), Francesco Bidognetti (detto Cicciotto ‘e mezzanotte), Raffaele Diana(detto Rafilotto), Mario Caterino (detto Mario ‘a botta), Francesco Schiavone di Luigi (detto Cicciariello), Giuseppe Caterino (detto Peppenotto o Peppe tre bastoni), Vincenzo Zagaria, Antonio Iovine (detto ‘o ninno), Michele Zagaria, Cipriano D’Alessandro (detto Cipriano Ciglione), Sebastiano Panaro (detto Camardone), Alfredo Zara, Enrico Martinelli, Giuseppe Diana (detto cuoll ‘e papera) e Luigi Venosa (detto Gigino ‘o cucchier) più altre pene severe come quella di trenta anni comminata a Giuseppe Russo (detto ‘o padrino), segna in definitiva la conclusione della storia criminale di molti dei soggetti suddetti.

Ora, però, indipendentemente dall’importanza del lavoro svolto egregiamente da magistratura e forze dell’ordine e dai risultati da queste prodotti, come in ogni lotta senza tregua che si rispetti, occorre prestare attenzione a quelle che possiamo convenzionalmente individuare come la seconda e terza generazione del clan. Oltre, infatti, alle primule rosse, balzate a più riprese agli “onori”della cronaca, Antonio Iovine e Michele Zagaria ed ai latitanti Raffaele Diana e Mario Caterino ed all’imprendibile Nicola Panaro, alter ego del boss Francesco Schiavone, molto abile nell’ evitare sovraesposizioni di ogni genere, ivi comprese quelle mediatiche, il clan può contare su una serie di personaggi poco più che trentenni che, sulla scia dei predecessori, hanno gradualmente sottratto agli stessi terreno in termini di potere decisionale, complici in ciò le condanne severe impartite ai “bardelliniani della prima ora”, il regime del 41 bis e le lunghe e sofferte latitanze. Alcuni di questi trentenni d’assalto sono ristretti alla detenzione, ma per condanne non proporzionate a quello che sarebbe oggi il loro ruolo in un organigramma ancora funzionante. Alla seconda generazione camorristica può essere tranquillamente ascritto Alessandro Cirillo, bidognettiano, latitante, con ruoli di rilievo già da giovanissimo sul litorale domizio, la cui autonomia, ora come ora, può essere definita pressoché totale. Cirillo può contare sull’appoggio di un altro esponente di lungo corso del clan di Bidognetti come Giuseppe Setola, anch’egli latitante e tempo addietro amico inseparabile di Aniello Bidognetti primogenito di Cicciotto. L’autonomia dei due ras dalle personalità assai irascibili alla testa di giovani latitanti quali Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Metello Di Bona e Raffaele Maccariello, può costituire un problema serio per l’ordine pubblico, come attestano anche gli ultimi efferati fatti di sangue. Ma lo stesso clan dei casalesi in senso stretto, quello riconducibile alla triade Schiavone- Iovine -Zagaria, può contare su soggetti pronti a prendere in mano lo scettro deposto, giocoforza, dai vecchi boss; fra questi: Vincenzo Schiavone (detto Petillo e parente sia di Sandokan che del pentito Carmine), Giuseppe Misso (detto caricalliegg), i fratelli Salzillo, più una rete di colletti bianchi ancora da individuare. In tal senso deve soffermarsi, quindi, oltre che, naturalmente, sulla cattura dei latitanti, l’attenzione delle forze di polizia, mentre la politica, dal suo canto, dovrebbe sincerarsi circa l’effettivo uso sociale dei beni confiscati, tasto ancora dolente della lotta alla criminalità organizzata. Ora più che mai vanno colpiti i patrimoni della camorra.

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