Italia

Lettera aperta ai magistrati lasciati “soli”

 Vi scrivo queste righe perché un pensiero mi assilla da molto tempo: non riesco a comprendere le ragioni che spingono dei giovani intelligenti, nel pieno delle facoltà fisiche e mentali, preparati culturalmente, a scegliere di entrare in magistratura.

Certo non possono essere ragioni economiche. Qualsiasi scagnozzo che corre dietro un pallone guadagna in un mese quello che un magistrato guadagna in un anno. Non possono essere ragioni d’opportunismo. Che convenienza ci sarebbe a rinunciare ai propri ideali o venir meno ai propri principi per scendere a compromessi che come tornaconto non portano né soldi né vantaggi sociali? Molto più facile e “conveniente” scegliere la carriera politica. Non può essere voglia di protagonismo. Quei pochi che si sono messi in mostra, ci hanno rimesso le penne in brevissimo tempo. Perché allora molti magistrati rischiano la vita tutti i giorni, passano il tempo chiusi in aule bunker o in uffici polverosi a leggere migliaia di pagine, stracariche delle “gesta” di criminali incalliti o di “onesti padri di famiglia” e “bravi ragazzi” capaci di farci vergognare di appartenere al genere umano? Cosa spinge una persona a scegliere una professione che ha portato alla morte decine di valenti professionisti solo perché avevano avuto la caparbietà d’insistere nell’indagare i mafiosi, le caste, i potenti ed i potentati, i camorristi ed il malaffare? Troppi sono caduti sotto i colpi d’osceni figuri, con i cervelli bacati e le facce “lombrosiane”… ben diverse da quelle degli attori “bellocci” di Canale 5 che interpretano Totò Riina e relativi accoliti…

Dunque, perché fare il magistrato? Questa domanda mi tormenta dal giorno della morte di Paolo Borsellino. Perché scegliere una professione che ti mette in condizione di essere attaccato perché fai bene il tuo mestiere e non per l’esatto contrario… I magistrati bravi, integerrimi, ligi al dovere quando toccano i potenti e rischiano la vita, invece di essere trattati co me eroi della Patria, sono lasciati soli da un popolo pecorone, composto in gran parte da vigliacchi… Almeno i vigliacchi tacessero… Tacessero quegli pseudo giornalisti che non perdono occasione per “lisciare il pelo” alla magistratura, sorvolando allegramente sulle malefatte dei politici. Tacessero quei politici che per la loro ignavia o per i loro sporchi interessi hanno creato le condizioni ottimali ai killer di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Emilio Alessandrini, Riccardo Palma, Guido Galli, Francesco Coco, Mario Amato, Bruno Caccia, Vittorio Occorsio, Antonio Scopelliti, Rocco Chinnici, Alberto Giacomelli, Rosario Livatino, Cesare Terranova, Girolamo Tartaglione, Fedele Calvosa ecc. Tacessero quei “benpensanti” che non perdono occasione per fare i distinguo e pontificare su cosa devono o non devono dichiarare i magistrati ai mezzi di comunicazione di massa. Questi “signori” fingono di ignorare che spesso i magistrati “parlano” solo per salvarsi la pelle, dopo essere stati lasciati soli dallo Stato.

Per questo Egregi Dottori, Gentili Dottoresse, non sarebbe meglio lasciare “solo” il popolo di questa Nazione senza speranze? Non sarebbe più giusto lasciarlo in balia di se stesso? Non sarebbe educativo per la gente ritrovarsi, da un giorno all’altro, senza nessuno che si occupi più dell’esercizio della giurisdizione in materia civile, penale ed amministrativa, alla mercé delle organizzazioni mafiose e camorristiche, della ‘ndrangheta e della sacra corona unità, delle associazioni segrete e palesi, della P2 e della P38, dei criminali italiani e stranieri, dei piccoli delinquenti, degli imbroglioni, papponi e schifosi d’ogni sorta? Allora sì, che i distratti, i menefreghisti, i “cazzimieisti” sarebbero costretti “a scendere in campo” per invocare il ritorno dei magistrati. Solo allora si avrebbe la percezione esatta di cosa vuol dire vivere in una Nazione che spende 40 milioni d’euro per un sito internet e poi non riesce a “trovare” i soldi per le fotocopiatrici delle Cancellerie dei Tribunali.

Un cittadino italiano

Caro Cittadino Italiano

Le ricordo cosa scriveva il Sommo Poeta Dante riguardo all’Italia: “Ahi serva Italia di dolore ostello, Nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di province, ma bordello”.

In una simile nazione l’ultimo baluardo è la magistratura. Lei sa, in Italia, cosa incute più terrore ai cosiddetti poteri forti: il magistrato che non ha paura.

Perciò, per questi poteri forti, i magistrati che hanno il coraggio di alzare la voce devono essere immediatamente delegittimati. I più “cocciuti” vanno eliminati senza pietà. Con queste premesse Lei, giustamente, chiede perchè tanti magistrati giudicanti o inquirenti rischiano la vita propria e delle loro famiglie pur sentendo intorno a se l’indifferenza di buona parte dell’opinione pubblica? Io la risposta l’ho trovata.

Non è farina del mio sacco, però. La prendo in prestito da Giovanni Falcone*, un collega del quale, fino a che avrò vita, mi onorerò d’essere stato amico: “…affinché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia… affinché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il proprio dovere…” .

Un magistrato italiano

*Magistrato italiano, nato a Palermo il 20 maggio 1992. Deceduto il 23 maggio 1992 in seguito alle ferite riportate nel tremendo attentato avvenuto in un tratto autostradale nei pressi di Capaci. La carica d’esplosivo di 500 chili distrusse un tratto di strada, fece saltare in aria le due auto blindate, ferì irrimediabilmente il Giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo (anch’essa magistrato) e uccise sul colpo tre agenti della scorta: Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.

Questa la motivazione della Medaglia d’oro assegnata al Valor Civile:

«Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale componente del pool antimafia, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni».

Questa invece è una frase del Giudice Paolo Borsellino che rappresenta la summa delle ragioni che spingono un uomo o una donna delle istituzioni a rischiare la vita tutti i giorni: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

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