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Morire di diossina nel paese dei rifiuti

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Malato di Cancro

Ricerca dell’Oms: qui il cancro uccide trenta volte di più

ACERRA. Vincenzo viveva fra le bestie che portava al pascolo in una campagna spettrale, dove gli alberi sono rachitici, il colore dell’erba vira sul giallo pallido, e le zolle mostrano strane macchie color verde marcio sotto le sagome imponenti della Montefibre in disarmo e di un inceneritore di rifiuti in costruzione.

Acerra - Castello Baronale «Vedrai se fra poco non morirò anch’io», diceva al fratello ogni volta che una delle pecore partoriva il corpo senza vita di un agnellino deforme: con il muso rincagnato, o privo di orecchie, o con un solo occhio. E’ andata proprio così: Vincenzo Cannavacciuolo, 59 anni, pastore di Acerra, è stato seppellito 25 giorni fa. L’ha distrutto un cancro a un polmone, che con la velocità del lampo gli ha mangiato anche reni e ossa. Il pastore che aveva previsto la sua fine vivrà nel ricordo dei suoi cari. Ma per le statistiche i nomi e i volti non contano: Vincenzo è solo un numero, e va sommato a quello dei morti che si stanno contando a decine ad Acerra, epicentro di uno dei disastri ambientali più spaventosi d’Italia. Qui, come in altri sette comuni disseminati fra le province di Napoli e Caserta, certi tumori uccidono fino a trenta volte di più che nel resto del paese, e il rischio di malformazioni congenite cresce dell’83 per cento. Colpa dei roghi di rifiuti che sprigionano diossina e delle discariche illegali in cui vengono buttate sostanze tossiche e scarti industriali provenienti da tutt’Italia. Pochi giorni prima della morte di Vincenzo, è stata pubblicata una ricerca dell’Organizzazione Mondiale della sanità a cui hanno collaborato l’Istituto superiore della sanità, il Cnr e l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Titolo: «Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Correlazione tra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazione congenita». Gli esperti hanno lavorato in 196 comuni campani, analizzando i dati sui decessi per vari tipi di tumori e mettendoli in relazione con la «pressione ambientale» legata alla prersenza dei rifiuti. Hanno diviso i paesi in cinque categorie: la prima raggruppa i centri meno inquinati, la quinta quelli disastrati. La maglia nera è stata aggiudicata, oltre che ad Acerra, ad Aversa, Bacoli, Caivano, Castel Volturno, Giugliano, Marcianise e Villa Literno. Adulti e bambini si giocano la vita in quell’inferno di fumi velenosi provocati dai rifiuti in fiamme e di miasmi sprigionati dalle sostanze chimiche sotterrate. Sanno, ad esempio, che le donne si ammalano 12 volte più che altrove di nove tipi di tumore. Sanno, ancora, che il rischio di morire di cancro al fegato è più elevato del 29 per cento. Sanno, infine, che il rischio di malformazioni congenite per i più piccoli cresce dell’84 per cento. E poi ci sono gli animali. Da anni, ad Acerra, le pecore muoiono come mosche, o nascono deformi. Racconta Alessandro Cannavacciuolo, nipote di Vincenzo: «Nel 2003 la mia famiglia possedeva 2.500 capi, oggi ne abbiamo 250. Le bestie mangiano erba avvelenata e acqua contaminata, e partoriscono mostri». Alessandro dice che la terra nasconde tonnellate di robaccia tossica. Lui stesso racconta di aver visto decine di bidoni accatastati in campagna, in attesa di essere schiacciati con una pressa e sepolti: «Il mio paese è stato trasformato nell’immondezzaio d’Italia». C’è chi scaraventa spazzatura ma anche «bombe chimiche» fra i copertoni incendiati dai bambini rom che, come racconta Peppe Ruggiero di Legambiente, «sono pagati con 50 euro a rogo»: una pratica, questa, prediletta dalla camorra che si arricchisce con l’emergenza senza fine dei rifiuti in Campania. E c’è addirittura chi ha spacciato per concime un composto di diossina, mercurio, amianto e fanghi tossici provenienti dalle industrie venete e toscane. Così ci ha guadagnando due volte: con lo smaltimento illegale e con la vendita del «fertilizzante» che ha avvelenato la terra. Lo ha scoperto la magistratura che, poco più di un anno fa, ha fatto arrestare i titolari di una ditta specializzata nel trattamento delle sostanze chimiche. Ad Acerra il Governo Prodi ha dichiarato lo stato d’emergenza “per fronteggiare l’inquinamento ambientale da diossina”. I Cannavacciuolo non possono più vendere il latte delle pecore né gli animali per la macellazione. «Noi siamo condannati a morire di fame, ma i contadini continuano a vendere la verdura coltivata nella stessa terra su cui cresce l’erba avvelenata», protesta il nipote di Vincenzo, Alessandro, che sbircia con preoccupazione la sagoma del grande termovalorizzatore. L’impianto entrerà in funzione a ottobre e, secondo il Commissariato straordinario di governo diretto da Guido Bertolaso, contribuirà a risolvere senza inquinare l’eterna emergenza dei rifiuti in Campania. «Altro fumo, altra cenere, altra diossina», borbotta Alessandro. Ad Acerra è un fiorire di movimenti di lotta. I leader della fondazione Eidos e del «Comitato donne del 29 agosto» non credono affatto alle rassicurazioni di Bertolaso: «L’unico sistema per non morire avvelenati e sviluppare la raccolta differenziata e bonificare il territorio», dicono. E’ d’accordo con loro il farmacologo Antonio Marfella, che lavora all’istituto dei tumori “Pascale” di Napoli. «L’impianto entrerà in funzione senza che nessuno, dal Ministero della Salute alla Regione, abbia pensato di sottoporre gli abitanti ad analisi per verificare quante sostanze velenose già abbiano in corpo», dice, e racconta un curioso episodio avvenuto in uno degli otto comuni dove il cancro falcia più vite che altrove: “Un colonnello dell’esercito che vive a Castel Volturno si è sottoposto a una serie di esami di laboratorio in una città del nord. E’ rimasto di sasso quando ha scoperto che nel suo organismo ci sono 37 picogrammi di diossina. Gli hanno spiegato che quei valori sono alti, ma purtroppo frequenti per chi vive vicino a un’industria. Il fatto è che a Castel Volturno non c’è neanche una fabbrica…”.

fonte: La Stampa

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