Cuore bruciato, il piccolo Domenico passa alle terapie per il dolore

di Redazione

Napoli – Per il piccolo Domenico si apre un nuovo percorso clinico. Non un’eutanasia, ma la scelta di fermare l’accanimento terapeutico e attivare esclusivamente terapie finalizzate ad alleviare le sofferenze. È la decisione assunta dalla famiglia del bambino di due anni ricoverato all’Ospedale Monaldi, dopo il consulto che ha escluso la possibilità di un nuovo trapianto di cuore.

L’annuncio è arrivato nella notte, attraverso una comunicazione inviata via Pec all’ospedale partenopeo, cui è seguita risposta nell’arco di un’ora. La conferma è stata data dal legale della madre, l’avvocato Francesco Petruzzi, intervenuto anche in diretta alla trasmissione “Dritto e Rovescio” su Rete 4. «Abbiamo preso questa decisione – ha spiegato – dopo essere stati dal medico legale che ha visionato la documentazione e ha detto che la cosa più umana da fare è ora chiedere questa procedura».

Accanto al legale, la madre Patrizia ha ribadito la linea della famiglia: solo cure palliative per il piccolo, assistito anche da un supporto psicologico. «Mi fa molto piacere riscontrare la solidarietà e la vicinanza delle persone, voglio ringraziare tutti, ma voglio anche chiarire una cosa: sono in tanti che mi hanno offerto soldi, mi limito a dire che rifiuto offerte di denaro; anzi – aggiunge – vi chiedo di dare soldi all’Aido (associazione italiana donazione di organi)».

La vicenda resta al centro di un’inchiesta che punta a chiarire quanto accaduto nella fase del trapianto. Ai pm di Napoli dovrà fornire spiegazioni un’infermiera dell’ospedale di Bolzano in merito alla fornitura di ghiaccio secco, elemento cruciale nella conservazione dell’organo. È lì, la mattina del 23 dicembre scorso, che secondo gli accertamenti sarebbe iniziata la catena di eventi culminata nel deterioramento del cuore destinato al bambino.

Un filone investigativo riguarda anche la decisione di procedere con l’asportazione del cuore malato prima di avere piena contezza delle condizioni dell’organo donato. Al centro degli accertamenti la posizione del chirurgo Oppido. La domanda su cui si concentrano gli inquirenti è se l’intervento sia stato avviato dopo un effettivo via libera dei colleghi presenti in sala operatoria. Un consenso che, stando agli stralci dell’audit interno – quasi trecento pagine – non troverebbe conferma unanime nelle testimonianze di medici e infermieri presenti.

Per questo la Procura sta convocando come potenziali testimoni quanti erano in sala nella fase decisiva dell’asportazione dell’organo originale del piccolo paziente. Testimonianze ritenute determinanti per ricostruire una possibile catena di responsabilità che, secondo gli inquirenti, potrebbe avere origine a Bolzano e svilupparsi fino a Napoli.

Intanto, per Domenico, si apre la fase più delicata: non più interventi invasivi, ma cure orientate a garantire dignità e sollievo dal dolore. Una scelta che i genitori affrontano assistiti dagli psicologi, consapevoli che, come hanno sottolineato, «verrà il tempo del lutto, ora è quello della cura».

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