Gricignano (Caserta) – Una vicenda che si trascina da oltre un decennio trova un primo approdo giudiziario: tre condanne e un’assoluzione nel processo sulla presunta manomissione della cartella clinica di Francesca Oliva, la 29enne morta per setticemia il 24 maggio 2014, durante il parto nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno, insieme a due dei tre gemellini che portava in grembo.
La sentenza – Il giudice monocratico Norma Cardullo ha inflitto 4 anni di reclusione al patron della struttura sanitaria, Vincenzo Schiavone, e 3 anni e 4 mesi ciascuno ai medici Gabriele Vallefuoco e Giuseppe Delle Donne. Assolto il primario Stefano Palmieri. Tutti i condannati dovranno risarcire i danni alle parti civili, assistite dall’avvocato Raffaele Costanzo, con quantificazione demandata a separato giudizio. Nella requisitoria, il sostituto procuratore Giacomo Urbano, titolare delle indagini insieme alla pm Gerardina Cozzolino, aveva chiesto pene più severe: 5 anni per Schiavone, 3 anni e 6 mesi per Vallefuoco e Delle Donne e 3 anni per Palmieri, allora primario del reparto di ostetricia e ginecologia.
Le accuse – Secondo la ricostruzione della Procura di Santa Maria Capua Vetere, gli imputati avrebbero alterato la cartella clinica informatica della paziente dopo il decesso, per evitare possibili contestazioni per omicidio colposo. In particolare, sarebbero state cancellate le parole “malessere generale”, annotate il 23 maggio dal dottor Renato Bembo (poi assolto in un separato processo per omicidio colposo), e modificata la documentazione relativa alla somministrazione dell’antibiotico Unasyn, inserito successivamente e retrodatato al momento del ricovero. Alla paziente, secondo l’accusa, sarebbe stata invece somministrata solo una compressa di Amplital, ritenuto meno efficace. Sempre secondo gli inquirenti, le note di ricovero sarebbero state integrate dopo la morte con riferimenti a una gravidanza indotta con Fivet, alla presenza di leucocitosi e neutrofilia e ad accertamenti ecografici. Ulteriori aggiunte sarebbero state effettuate anche alla visita ostetrica del 22 maggio, con l’inserimento della dicitura “all’atto non si apprezzano perdite atipiche”.
Il precedente civile – Nel 2023 il tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere ha già riconosciuto un risarcimento superiore a 2 milioni e mezzo di euro in favore dei familiari della giovane, condannando l’Asl Napoli 2 Nord e gli eredi del ginecologo Sabatino Russo, che aveva seguito la gravidanza.
Il caso – Seguita dal dottor Russo all’ospedale “San Giuliano” di Giugliano in Campania, dove era stata ricoverata dall’8 al 14 maggio e poi nuovamente il 19 maggio, Francesca fu dimessa e trasferita il 22 maggio alla clinica di Castel Volturno. Il 7 maggio le era stato praticato un cerchiaggio cervicale a fronte di una significativa leucocitosi con neutrofilia, indice di una contaminazione batterica in atto. Nei giorni successivi, uno dei tre feti – il maschietto – morì senza che ciò venisse rilevato, nonostante gli esami ecografici. Con il peggioramento delle condizioni della donna, caratterizzate da febbre elevata trattata con antibiotici ritenuti inidonei, il 23 maggio si decise per il parto cesareo alla venticinquesima settimana. Il neonato maschio era già deceduto, mentre una delle due femmine, Giorgia, morì 24 ore dopo la madre per insufficiente maturità dell’apparato respiratorio. L’unica sopravvissuta, Maria Francesca, fu trasferita all’ospedale “Santobono” di Napoli, dove i medici riuscirono a salvarla.
Schiavone annuncia appello – “Sono letteralmente devastato e attonito di fronte a una condanna che non penso affatto di meritare. Nonostante ciò continuerò a credere che la mia totale innocenza verrà quanto prima o poi riconosciuta”. Così il dottor Vincenzo Schiavone, presidente del Pineta Grande Hospital, struttura di eccellenza internazionale che ha sede sul litorale Domizio, commenta a caldo la sentenza. “Subisco una condanna – continua Schiavone – per un reato che non solo non ho commesso, ma che non avrei avuto nessun motivo e soprattutto interesse a commettere, visto che la nostra struttura paga, ogni anno, solo di premio assicurativo oltre un milione e mezzo di euro per i risarcimenti dei danni derivanti dall’attività medico-professionale. Quello che più mi addolora, come medico è come uomo, è proprio questo: l’accusa di aver voluto alterare un documento per ‘risparmiare’ un risarcimento che, ripeto, rientra nelle previsioni dell’attività di una struttura che ogni giorno salva la vita a decine di persone e cura e assiste migliaia di pazienti provenienti da tutta la regione e anche da fuori la Campania”.
Gli avvocati difensori Giuseppe Stellato e Claudio Sgambato, dopo aver annunciato il ricorso in appello, hanno precisato che il giudice monocratico non ha ammesso la testimonianza importante e decisiva dei due agenti della Polizia di Stato in servizio di scorta armata a cui era sottoposto l’imprenditore dal 2008. “Con la morte nel cuore – conclude Schiavone – continuerò ad assistere le migliaia di persone che si rivolgono alla nostra struttura, continuerò nell’opera di espansione professionale e tecnologica di un ospedale che è sede di facoltà universitaria di scienze infermieristiche e da poco anche del prestigioso corso di laurea in medicina e chirurgia come da protocollo con l’università Vanvitelli, titolare dell’insegnamento. Sono sicuro che la correttezza e la limpidezza del mio operato e di quello dei miei collaboratori venga presto riconosciuta da un Giudice a Napoli, senza dover scomodare un giudice a Berlino”.
