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Mafia, colpo al clan di San Mauro Castelverde: 11 arresti

I carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno eseguito un provvedimento di fermo per 11 persone tra vecchi e nuovi capi e gregari nel mandamento di San Mauro Castelverde, regno incontrastato della famiglia Farinella. Il nonno Giuseppe morto in carcere nel 2017, il figlio Domenico che dal carcere era appena uscito nel 2020 dopo una lunga detenzione e il nipote Giuseppe che ha gestito le sorti del mandamento tra le province di Palermo e Messina. Le persone fermate nell’operazione Alastra sono accusate a vario titolo di associazione mafiosa estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento in Sicilia, Lombardia e Veneto.

In arresto sono finiti: il reggente Domenico Farinella, detto Mico, 60 anni; il figlio Giuseppe, 27 anni; Gioacchino Spinnato, detto Iachino, 68 anni, di Tusa (Messina); Giuseppe Scialabba, 35; Francesco Rizzuto, 51; Mario Venturella, 57; Antonio Alberti, 46; Rosolino Anzalone, 56; Vincenzo Cintura, 47; Pietro Ippolito, 60; Giuseppe Antonio Di Maggio, 63. Estorsioni a tappeto e controllo capillare delle attività economiche nella zona. Questo è quanto messo in luce dalle indagini. Gli uomini del clan di San Mauro Castelverde all’indomani dell’operazione “Black Cat” del 2016, avevano serrato le fila e continuato a imporre il proprio potere. Numerose le estorsioni ai danni dei commercianti locali documentate dai militari, così come l’organizzazione di una efficientissima rete di comunicazione necessaria agli storici capi mafia detenuti per mantenere il comando e continuare a strangolare imprese e società civile.

Le indagini hanno consentito di evidenziare il ruolo ricoperto da Giuseppe Farinella, figlio di Domenico Farinella, boss di cosa nostra all’epoca detenuto a Voghera (Pavia) in regime di alta sicurezza che continuava a comandare dal carcere. Nonostante la giovane età, il figlio ha avuto il compito di coordinare gli altri affiliati, cooperando con uno storico mafioso di Tusa (Messina), Gioacchino Spinnato, che ha gestito i contatti con gli uomini d’onore degli altri mandamenti, fra i quali Filippo Salvatore Bisconti, boss di Belmonte Mezzagno ora collaboratore di giustizia. Grazie all’attività di indagine, sono state ricostruite 11 estorsioni, cinque consumate e sei tentate. Alle vittime era imposto di pagare il pizzo o di acquistare forniture di carne da una macelleria di Finale di Pollina gestita da Giuseppe Scialabba, braccio destro di Giuseppe Farinella.

I tentacoli del mandamento si erano allungati anche sull’organizzazione dell’Oktoberfest del 2018 a Finale di Pollina, quando, per impedire la partecipazione alla sagra di un commerciante che non si era piegato alle imposizioni del clan, gli indagati non avevano esitato a devastargli lo stand. Le indagini hanno consentito di evidenziare anche la gestione diretta di attività di impresa che, fittiziamente intestate a soggetti incensurati, erano nei fatti amministrate dagli indagati. Per cercare di non avere problemi con la giustizia Giuseppe Farinella e Giuseppe Scialabba avrebbero intestato a prestanome un centro scommesse di Palermo e una sanitaria di Finale di Pollina, sottoposti a sequestro, del valore di un milione di euro.

Erano sicuri dell’affidabilità degli uomini del clan i capi del mandamento di San Mauro Castelverde. “Perché sono i numeri uno. Come loro come tutti quelli che ci sono stati. Compreso mio padre. Qua nessuno si pente compà, San Mauro numero uno, perché mi voglio vantare, San Mauro è Corleone”, dicevano senza sapere di essere intercettati. I carabinieri hanno ascoltato “in diretta” le estorsioni messe in atto dal clan. “Ci vai incazzato, tanto io sono qua non ti preoccupare. Ci servono subito (i soldi, ndr) tanto li ha trovati, ci servono tutti”. Ed ancora: “Solo per l’amico, l’amico sono io, ci sono 20 mila euro per l’amico. Noi altri ci siamo messi a disposizione. Lui ancora deve dare 5 mila euro. Qua dobbiamo ragionare da uomini. E’ da 30 anni che noi altri siamo con tuo nonno, con tuo zio siamo fianco a fianco”. “Gli ho dato una testata, così gli ho spaccato il naso – dicevano gli uomini del clan intercettati -. Lui non ha detto niente a nessuno. Tu non l’hai vista la testata?” “L’ho vista, l’ho vista, io tutte cose ho visto e tutte cose vedo io”, risponde un altro. IN ALTO IL VIDEO

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