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Estorsioni durante lockdown, arrestati nel Napoletano boss e i due figli

Due ordinanze di custodia cautelare e un provvedimento di fermo sono stati eseguiti dagli agenti della Squadra mobile di Napoli e dal commissariato di Portici a carico del clan Vollaro e di altre persone coinvolte in tre distinte indagini, per un totale di 18 indagati. I reati contestati sono di estorsione, minacce e associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i destinatari, il capoclan Paolo Scafo e i figli Pasquale e Salvatore. Le ultime estorsioni risalgono al 12 maggio scorso. Nel clan si è verificata anche una scissione. Taglieggiati soprattutto imprenditori edili e commercianti.

Sono 15 le persone arrestate sulla base di una ordinanza del gip partenopeo, mentre altri 3 indagati sono destinatari di un provvedimento di fermo di pm, una delle quali già raggiunta da altre misure cautelari. Sotto la lente degli inquirenti, episodi estorsivi molto gravi negli anni nella zona di Portici riconducibili al clan Vollaro, che nel tempo si sta anche dividendo. In particolare, le richieste di ‘pizzo’ erano diventate violenti e insistenti dal 5 al 12 maggio scorso, tanto da rendere necessario il provvedimento di fermo. Due le ordinanze del gip, la prima per elementi storici del clan e la seconda per un gruppo ora scissionista. Tutti e due i gruppi hanno preso di mira commercianti e imprenditori edili.

La cosca dei Vollaro ora fa capo a Paolo Scafo e ai suoi figli Salvatore e Pasquale, che convocavano le loro vittime con con metodi violenti, anche con il sequestro di persona e il forzato ingresso in un appartamento della vittima incappucciata, e in un caso hanno portato via a una persona la pistola legittimamente detenuta. La tangente richiesta era rilevante, e poteva essere anche pagata con un motorino o altri beni, e la ‘protezione’ assicurata era commisurata al valore del ‘pizzo’ versato. Paolo Scafo, uscito dal carcere nel dicembre 2019, si era messo subito alla guida del clan, ma a marzo scorso è stato riarrestato ed è detenuto per omicidio, ma i figli hanno raccolto la sua eredità proseguendo in maniera capillare nelle estorsioni con metodi violenti. La scissione nel clan è iniziata in maniera recente, e, come sempre nella criminalità organizzata napoletana, è caratterizzata anche da ritorni al gruppo d’origine. Le indagini della polizia erano ripartite nel 2017, in tre distinti filoni. Nonostante vertici e affiliati del clan fossero in carcere, gli imprenditori edili erano di nuovo taglieggiati.

Un garage di una persona apparentemente estranea alle logiche della camorra veniva usato come punto di incontro da parte di una famiglia collegata ai Vollaro, ed è in quel garage che si è consumata anche la scissione, con una parte della cosca che guardava ad alleanze su Napoli, con i Mazzarella. Uomini inizialmente confluiti nell’ala scissionista come Paolo De Mato, poi sono tornati con gli Scafo. L’obiettivo era fare soldi subito e da qui l’escalation di violenze; la polizia il 5 e 12 maggio ha monitorato le convocazioni repentine di una delle vittime e le pesanti minacce a quella rivolte. La pandemia non aveva dunque fermato il gruppo.

Il titolare di un bar tabacchi, ad esempio, il 5 maggio è stato avvicinato e sollecitato ad andare in un appartamento con maniere brusche. Non poteva rifiutarsi, e prima di entrare nell’appartamento è stato incappucciato. Conosceva chi lo aveva portato lì, ma non chi ha parlato con lui, se non fosse per il fatto che la richiesta è stata reiterata il 12 maggio. La richiesta iniziale era sempre alta, per “aiutare gli amici carcerati”, ma poi la rata di ‘pizzo’ veniva abbassata per facilitare la decisione di pagare. Nella prima fase della indagini, solo una vittima osò denunciare. Certificati 14 espisodi estorsivi.

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