Ne “La fidanzata di papà” la sua indubbia verve comica rischia, però, di passare in secondo piano rispetto alla curiosità suscitata dal debutto, in veste di coprotagonista, sul grande schermo di Simona Ventura, infaticabile SuperSimo catodica. Nella pellicola, diretta dal rodato Enrico Oldoini, la Ventura interpreta il ruolo, a lei congeniale, di Angela, una rampante donna in carriera, che, costretta dall’imminente matrimonio della figlia Barbara (Martina Pinto), deve conoscere Massimo (Massimo Boldi), genitore del futuro genero Matteo (Davide Silvestri). Proprietario di un albergo al centro di Cortina, l’uomo, proprio nell’imminenza dell’ufficializzazione della relazione con la fedele Luminosa (Teresa Mannino), deve, quindi, correre a Miami per assistere alle nozze dell’amata prole. L’allegria e la spensieratezza di Massimo si scontrano, sin dal principio, con l’efficienza e lo stress di Angela, dando origine a episodi di puro divertimento. Non mancano, ovviamente, le “spalle” macchiettistiche (Enzo Salvi, Biagio Izzo, I Fichi d'India) e le "bellone" di turno (Elisabetta Canalis, Natalia Bush) di cui Boldi ama circondarsi per aumentare il richiamo pubblicitario e, magari, incrementare il già cospicuo conto in banca.
Maggiore interesse critico suscita, invece, il secondo film italiano in uscita. “Amore che vieni amore che vai” di Daniele Costantini è, liberamente, tratto dal libro “Un destino ridicolo” di Fabrizio De André e Alessandro Gennari e racconta l’agrodolce vicenda di un gruppo di tre amici, nella Genova del 1963, intenti a sbarcare il lunario in maniera piú o meno lecita. Il contrabbandiere francese Bernard (Massimo Popolizio), il “pappone” per caso Carlo (Fausto Paravidino) e il pastore ed ex rapitore sardo Salvatore (Filippo Nigro) si incontrano nei fumosi locali notturni del capoluogo ligure e, tra bevute e amorazzi, progettano il “colpo grosso” capace di cambiar loro la vita.
Dagli Stati Uniti giungono l’atteso thriller psicologico “The Changeling” del grande vecchio Clint Eastwood e l’inquietante mozzafiato “Awake-Anestesia cosciente” di Joby Harold. Nel primo, ambientato nella Los Angeles di fine anni Venti e tratto da una storia vera, il premio Oscar Angelina Jolie veste i panni di Christine Collins, una donna nubile e di umile condizione sociale, alla quale viene rapito il figlio. Il clamore mediatico prodotto dalla vicenda viene, ulteriormente, alimentato dal ritrovamento, cinque mesi dopo, di un bimbo che afferma di essere il figlio della Collins. Inizialmente stordita dai flash dei fotografi e dall’urlante opinione pubblica, la madre accetta il ragazzo, salvo accorgersi, successivamente, che, in realtà, non si tratta del suo bambino. La lotta per far prevalere la giustizia sarà dura e senza esclusione di colpi. Christine, accusata di paranoia, finirà internata in manicomio, mentre il reverendo Gustav Briegleb (John Malkovich) cercherà di darle una mano per risolvere il doloroso arcano. Nel secondo, il baldo e vincente Clayton Beresford Jr. (Hayden Christensen) ha tutto per essere felice: una fidanzata supersexy (Jessica Alba), una madre amorevole (Lena Olin) e una florida attività lavorativa. Deve, però, sottoporsi a un delicato trapianto cardiaco. Nell’attesa del donatore, Clayton cerca di dare una svolta alla propria esistenza, chiedendo in sposa la bella Samantha e superando le resistenze dell’ingombrante genitrice Lilith. All’improvviso, giunge la notizia dell’operazione a scombinare i piani e a catapultare il giovane in un incubo spaventoso.
Lo spagnolo “The Orphanage” di Juan Antonio Bayona, infine, riporta in voga l’horror metafisico, alla maniera de “Il sesto senso” di M. Night Shyamalan e “The Others” di Alejandro Amenábar, mostrando la promettente Belén Rueda alle prese con incubi, mai sopiti, derivanti da un’infanzia trascorsa in un inquietante orfanotrofio.
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