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“Joker” non è un altro film sui supereroi

Dopo il trionfo alla Mostra del cinema di Venezia, dove si è aggiudicato il Leone d’oro, è arrivato in sala l’attesissimo Joker di Todd Philips. È un personaggio con alle spalle molteplici interpretazioni quello a cui Joaquin Phoenix presta il volto e, mai come questa volta, il corpo (ben 25 chili persi), succedendo a Jack Nicholson nei film di Tim Burton, a Heath Ledger in quelli di Christopher Nolan e al meno fortunato Jared Leto, ultimo in serie, con Suicide Squad (2016).

“Un altro film sui supereroi” verrebbe da dire all’entrata in sala, in linea con le uscite al cinema degli ultimi anni; ma attenzione a pensarla così, perché il primo passo che compie Joker è distaccarsi da questa logica. L’idea che il regista propone alla Warner nel 2016 lo dimostra: modificare l’approccio produttivo creando un lungometraggio a budget più ridotto che si concentri su un unico villain, allontanandosi dalle abitudini del DC Extended Universe, i cui film non riuscivano a competere con quelli del Marvel Cinematic Universe. È il primo tassello di un cambiamento che si rivelerà ancora più radicale. Insieme a Scott Silver, Philips termina la stesura della sceneggiatura nel 2017; i due scelgono però di scrivere una storia inedita sulle origini del protagonista.

Arthur Fleck è un uomo che vive con la madre Penny nei bassifondi di Gotham City soggetto a diversi problemi psicologici, tra cui spicca un particolare disturbo che lo perseguita provocandogli incontrollabili attacchi di risate; si guadagna da vivere lavorando come pagliaccio, ma ha un sogno nel cassetto: diventare un cabarettista e partecipare allo show televisivo del suo idolo, Murray Franklin. Proprio l’entrata in scena del presentatore rende palese il primo riferimento del film; l’inconfondibile volto di Robert De Niro riporta immediatamente alla memoria Re per una notte (1983) di Martin Scorsese, questa volta troviamo l’attore newyorkese dall’altro lato dello schermo. Chiarissima è anche la seconda fonte d’ispirazione, anch’essa caratterizzata dal duo italoamericano; l’alienazione, lo sviluppo del personaggio e le strade di una evidente Gotham/New York riconducono a Taxi driver (1976).

Potrebbe essere puro citazionismo, non sarebbe una novità nell’epoca del cinema post-moderno, o un’operazione di legittimazione culturale di un prodotto per il grande pubblico; in ogni caso, cosa ha a che fare il cinema d’autore americano degli anni 70/80 con un cinefumetto del 2019? Nulla, se si sceglie di collocare Joker all’interno di quell’universo, ma, come già accennato, il lungometraggio prende decisamente in una direzione opposta. Se nessuno conoscesse minimamente il mondo di Batman e Joker, il film sarebbe perfettamente comprensibile e portatore esattamente delle stesse istanze. Uscire da quel tipo di ragionamento vuol dire utilizzare il brand per parlare d’altro, approfittando delle sue caratteristiche.

Come i protagonisti dei film citati in precedenza, Arthur Fleck è alienato e continuamente svilito dalla società statunitense, descritta come un luogo in cui gli ultimi sono considerati veri e propri rifiuti e chi non “ce l’ha fatta” non si è impegnato abbastanza. Joaquin Phoenix diventa cassa di risonanza della risata convulsiva di coloro ai quali viene richiesto il sorriso nonostante i problemi, o per i quali “la parte peggiore dell’avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi”; Todd Philips ne porta a compimento l’estrema conseguenza, un monito per chi è complice di uno stile di vita in cui sarebbe naturale scavalcare per strada il cadavere di un uomo, il cadavere di Arthur.

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