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‘Ndrangheta, sequestro da 20 milioni al boss Giovanni Mancuso

Sequestro patrimoniale ai danni di Giovanni Mancuso, 78 anni, di Limbadi (Vibo Valentia). La Guardia di finanza ha eseguito un provvedimento di sequestro, emesso dal Tribunale di Catanzaro che, oltre a Mancuso, interessa anche i figli ed altri familiari. Nel mirino aziende, terreni, immobili e beni mobili per un patrimonio valutato in 20 milioni di euro. Le indagini sono coordinate dalla Dda di Catanzaro (procuratore Nicola Gratteri, procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla e pm Antonio De Bernardo e Pasquale Mandolfino).

Giovanni Mancuso, pluripregiudicato, sorvegliato speciale di pubblica sicurezza e ritenuto esponente dell’omonimo clan, è stato condannato dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia a 9 anni di reclusione per il reato di usura al termine del processo nato dall’operazione denominata “Black Money”, ma assolto dall’accusa di associazione mafiosa. In appello l’accusa ha chiesto 29 anni di carcere ed il processo è ancora in corso. Altri 6 anni di reclusione per associazione mafiosa, Giovanni Mancuso li aveva invece rimediati in primo grado a Vibo nel processo nato dall’operazione denominata “Genesi”. In appello è stato però assolto. Nel maggio del 2017, Giovanni Mancuso è stato poi assolto a Vibo dal Tribunale collegiale, presieduto dal giudice Lucia Monaco, anche dal processo nato dall’operazione antimafia denominata “Impeto”. Nei suoi confronti, l’accusa (rappresentata all’epoca dal pm Camillo Falvo) aveva chiesto 12 anni di carcere per usura ed estorsione.

Nel 1975 Giovanni Mancuso è stato condannato per concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione. La misura di prevenzione patrimoniale applicata ha preso in considerazione, sotto il profilo della pericolosità sociale, i fatti che hanno riguardato il Mancuso relativi al periodo temporale decorrente dall’anno 2004 e, in particolare, quelli che hanno formato oggetto del procedimento penale concluso, il 27 marzo 2013, con l’operazione antimafia “Black Money”. Gli accertamenti patrimoniali successivamente svolti dalla Guardia di Finanza, delegati dalla Dda, hanno permesso di ricostruire il vasto patrimonio posseduto da Giovanni Mancuso, individuando numerosi beni, formalmente intestati a lui, alla moglie, ai figli, ai loro congiunti e ad un soggetto estraneo alla famiglia, evidenziando una palese sproporzione, ingiustificata, tra il loro valore ed i redditi dichiarati dagli acquirenti. Tale sproporzione è stata ritenuta espressiva dell’utilizzo di proventi illeciti derivanti dalle attività criminali perpetrate da Giovanni Mancuso.

Complessivamente, sono stati individuati e sequestrati, in vista della loro confisca, i seguenti beni: 92 terreni, ubicati nei comuni di Limbadi, Nicotera, Rombiolo, Zungri, Drapia e Filandari; 16 fabbricati, di cui due capannoni industriali, ubicati nei comuni di Limbadi e Filandari e Milano (in un caso); 9 autoveicoli e un trattore agricolo; due aziende agricole, con sede in Limbadi; due ditte individuali, delle quali una esercente l’attività di stazione di servizio di carburanti dopo Mesiano, di Filandari. La loro individuazione è stata possibile solo al termine di una complessa attività di analisi di informazioni reperite dalle numerose banche dati in uso alla Guardia di Finanza, messe a raffronto con le risultanze delle indagini di polizia giudiziaria condotte anche sul territorio.

Molti di tali beni sarebbero stati acquisiti con modalità indicative tipiche dell’agire illecito del Mancuso (ovvero per usucapione o, talvolta, quale verosimile corrispettivo di attività di carattere usuraio), approfittando dello stato di bisogno dei legittimi proprietari. I finanzieri hanno ad esempio accertato che il defunto Pasquale Molino (1927), suocero di Silvana Mancuso, figlia di Giovanni, ha trasferito nell’anno 2014, attraverso un atto testamentario olografo, un cospicuo patrimonio immobiliare di terreni e fabbricati, siti in Limbadi e Nicotera, all’omonimo nipote, classe 1989, figlio di Silvana. L’atto, reso pubblico da un notaio nell’anno 2016, due anni dopo la morte del nonno paterno, legittimandone in tal modo il trasferimento della proprietà a costo zero, è risultato falso poiché scritturato sotto dettatura da una persona diversa dal defunto, infatti sono state utilizzate frasi non congruenti con il livello culturale del de cuius e ancora di più è stato documentato il trasferimento di immobili di cui il defunto non ha mai avuto il titolo di proprietà, ma che erano intestati a ignare terze persone che hanno disconosciuto l’atto giuridico.

In particolare, il nonno paterno avrebbe trasferito all’omonimo nipote una particella catastale che nel lontano 1988, con regolare rogito notarile, era stata acquistata da Silvana Mancuso, madre di Pasquale Molino, 30 anni, destinatario di tutti i beni, senza che mai la donna avesse trasferito la proprietà del terreno, oggetto di donazione testamentaria, al suocero Pasquale Molino classe 1927. Le indagini hanno consentito di accertare che Pasquale Molino, classe 1927, altro non era che un prestanome di Giovanni Mancuso, al quale negli anni 60/70 erano stati intestati terreni, che di fatto gestiva il secondo e che quindi con l’atto testamentario sarebbero ritornati nell’effettiva disponibilità e proprietà della famiglia Mancuso, nello specifico Pasquale Molino, che rappresenta la terza generazione della dinastia. La denominazione attribuita all’odierna operazione (“Terra Nostra”) sottolinea in maniera evidente l’importanza che rivestono da sempre i terreni (la loro acquisizione ed utilizzo) nelle logiche criminali della famiglia Mancuso, che costituiscono una delle forme più antiche di espressione del potere mafioso sul territorio.

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