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Migranti su Ocean Viking, Salvini: “Nessuno sbarco in Italia”. Se ne occupa Malta, poi invio in 6 Paesi Ue

“Ve lo posso confermare da fonti certe, la Ocean Viking non verrà in un porto italiano: dopo 15 giorno di tentativi, mail, richieste e proteste, non viene in Italia”. Lo ha detto il leader della Lega e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Se vogliono – continua Salvini – vanno a Malta distribuiscono questi 356 immigrati in giro per il mondo, ma finchè ho l’onore di farmi carico della sicurezza degli italiani, qui senza permesso non si arriva. Le fonti sono ufficiali: questa nave non porterà in Italia questo carico di esseri umani. Come promesso”.

E, infatti, sarà Malta a portare a terra i 356 naufraghi che da ormai due settimane si trovano a bordo della nave di Sos Mediterranee e Msf. Lo annuncia il premier maltese Joseph Muscat su Twitter: “Malta trasferirà queste persone su navi militari in acque internazionali e le porterà a terra. Tutti i migranti saranno distribuiti in altri Paesi europei: Germania, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Romania. Nessuno resterà a Malta”. L’accordo, aggiunge Muscat, è stato trovato in seguito a “discussioni con la Commissione europea e un certo numero di Stati membri, soprattutto Francia e Germania”. La stessa forma di intesa che era già stata trovata una settimana fa da Conte per risolvere lo stallo della Open Arms: gli ultimi 83 migranti a bordo avevano però dovuto aspettare fino a martedì per sbarcare, visto il blocco imposto da Matteo Salvini, saltato con la decisione della procura di Agrigento di sequestrare la nave. La redistribuzione accordata da Conte intanto è cominciata: la nave militare spagnola Audaz si trova all’imboccatura del porto di Lampedusa per far salire 15 migranti e portarli in Spagna.

La Ocean Viking da 14 giorni è ferma tra Malta e l’isola siciliana di Linosa, in attesa di un porto sicuro dove far sbarcare i 356 migranti salvati nelle acque del Mediterraneo. Tra loro ci sono 103 bambini e minorenni. L’unico porto che finora era stato offerto alla nave di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere era quello di Tripoli, in Libia. Giovedì l’equipaggio aveva avvertito sulla presenza di pasti solamente per altri 5 giorni e sul peggioramento dello stato di salute dei naufraghi, provati dal viaggio e dalle vessazioni subite nei centri di detenzione libici: il medico di Msf a bordo ha raccontato di aver curato persone che hanno subito violenze sessuali e torture con l’utilizzo di plastica fusa.

E sullo sfondo resta ancora la vicenda della nave Open Arms, che risolta l’emergenza sbarco, avvenuto a Lampedusa dopo 19 giorni, è stata sottoposta dalla Guardia costiera a fermo amministrativo per gravi anomalie che riguardano anche la sicurezza della navigazione. Un caso che lascia altri strascichi: il fronte ‘caldo’ della ‘redistribuzione’. Da fonti del Viminale si fa notare che “dei 163 sbarcati in più tranches dalla Open Arms, esclusi i minori non accompagnati e le famiglie con bambini piccoli, 110 potrebbero essere ricollocati nei Paesi Ue che hanno dato la propria disponibilità alla Commissione europea: 40 la Francia, 40 la Germania, 10 il Portogallo, dai 3 ai 5 il Lussemburgo”. Ma sempre dal ministero dell’Interno tengono a sottolineare che la Spagna, il paese di bandiera della nave e della Ong, si è resa disponibile “solo per 15 posti”.

Rapporti internazionali a parte, a Lampedusa c’è chi fa i conti ogni giorno concretamente con la gestione degli sbarchi. A spiegarlo è il sindaco di Lampedusa Totò Martello. “Accogliere chi è a bordo della Ocean Viking a Lampedusa per il primo cittadino sarebbe difficile perché “il centro di accoglienza è saturo”. “Ma – rimarca – a Lampedusa gestiamo questa situazione come marinai, come pescatori. Se c’è da salvare qualcuno, può attraccare. Se c’è un problema di responsabilità penale, lo giudicheremo sul campo”. Martello, che ha anche ricevuto minacce per le sue posizioni sulla immigrazione, ritiene che lo Stato dovrebbe avere il coraggio di riconoscere l’impegno degli abitanti dell’isola, “prima che qualcuno qui si arrabbi un po’ troppo”.

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