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Cannes, trionfo coreano. Italia a mani vuote

C’è tanta Francia e zero Italia nel Palmares della selezione ufficiale della 72esima edizione del Festival di Cannes, ma a spuntarla, per la Palma d’Oro al miglior film, è il sudcoreano “Parasites” di Bon Joon-Ho. La dinamica e irresistibile storia di lotta di classe, che mescola generi e affascina lo spettatore, è stata scelta all’unanimità dalla giuria internazionale presieduta dal cineasta messicano Alejandro Gonazalez Inarritu.

L’autore, incredulo ed entusiasta, salito sul podio dei premiati ha espresso, però, un desiderio “speciale”, che ci riempito di orgoglio nazionalpopolare, ovvero conoscere Gianni Morandi, interprete del successo “In ginocchio da te”, scelto per far da cornice sonora all’imprevedibile finale del lungometraggio. Immediatamente dopo l’annuncio del secondo trionfo asiatico consecutivo in Croisette, ecco cominciare la nutrita lista dei premiati francofoni. A partire dal Gran Premio della Giuria consegnato nelle giovani, ma già esperte mani, della transalpina, di origine senegalese, Mati Diop, regista dell’accorato dramma sull’emigrazione “Atlantique”, che consacra il valore di una presenza femminile in competizione mai tanto ricca. Delle quattro autrici in concorso, infatti, ben tre hanno portato a casa un riconoscimento.

Oltre alla Diop, la connazionale Celine Sciamma, che con il suo affresco in costume settecentesco di un amore lesbo “Il ritratto della ragazza a fuoco”, ha meritato l’alloro per la sceneggiatura, e l’austriaca Jessica Hausner, regista di “Little Joe”, pellicola, a metà tra thriller e fantascienza, per la quale l’intensa attrice britannica Emily Beecham ha guadagnato una meritata palma per l’interpretazione. Parla, ancora, transalpino, almeno per una parte, il Premio della Giuria, condiviso ex aequo dal cugino d’Oltralpe “Les Misérables” di Ladj Lai e dal brasiliano “Bacurau” di Kleber Mendonca e Juliano Dornelles, entrambi realistici racconti di povere esistenze allo sbando.

Nella kermesse dei grandi nomi e divi in cartellone, dal sovreccitato Tarantino accompagnato da Di Caprio e Pitt al misterioso Malick, passando per il tenebroso Jarmusch e l’enfant terribile Dolan, compaiono, tra i premiati, il solo Pedro Almodovar, che con il suo lavoro più autobiografico di sempre il commovente “Dolor y Gloria”, ha regalato all’amico di una vita, l’iberico trapiantato a Hollywwod, Antonio Banderas la soddisfazione di trionfare nella categoria di miglior attore, e gli immancabili fratelli belgi Dardenne, autori di “Le jeune Ahmed”, opera sull’islamizzazione di un tredicenne in terra europea.

Nonostante i pronostici della vigilia lo dessero tra i favoriti per un posto sul podio, niente trofei per l’unico italiano in concorso “Il traditore” del veterano Marco Bellocchio, che si è consolato, però, con i 13 minuti di applausi in Sala Grande e con vendite all’estero apparse fortissime sin dall’inizio. Piccola soddisfazione per i nostri colori, il premio per la migliore attrice nell’importante sezione collaterale “Un certain regard”, a Chiara Mastroianni, figlia dell’immenso e indimenticabile Marcello e della diva Catherine Denevue, per il titolo, anch’esso francese, “Chambre 212” di Cristophe Honoré.

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