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Casapesenna, i “pasticcieri del boss Zagaria”: Fontana risponde alle domande dei magistrati

Si è svolto stamane, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, l’interrogatorio di Pasquale Fontana, 47 anni, di Casapesenna, tratto in arresto lo scorso 9 aprile nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti “pasticcieri del clan Zagaria”, insieme a Giuseppe Santoro, 51 anni (guarda il video).

Entrambi sono titolari di noti punti vendita nel settore dolciario, denominati “Butterfly”, con locali situati su tutto il territorio campano, e gravemente indiziati del delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso e del delitto di intestazione fittizia di beni, aggravata dal metodo mafioso.

Dinanzi al giudice per le indagini preliminari, del tribunale sammaritano, delegato per rogatoria dal gip del Tribunale di Napoli solamente per l’interrogatorio di garanzia, Fontana, difeso dagli avvocati Guido Diana e Gaetano Anastasio, contrariamente al co-indagato, ha risposto a tutte le domande dei magistrati, rigettando ogni addebito sulla presunta intraneità al clan capeggiato dall’ex superlatitante Michele Zagaria, arrestato nel 2011 nella sua casa-bunker di vico Mascagni, a Casapesenna.

Secondo i risultati investigativi, supportati anche dalle dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, gli indagati avrebbero organizzato incontri riservati con il boss Zagaria e con altri affiliati al fine di pianificare le attività del clan. Giuseppe Santoro, oltre ad ospitare Zagaria nella propria abitazione e in quella di suoi stretti familiari, avrebbe anche messo a disposizione di diversi affiliati il locale pasticceria “Butterfly” di Casapesenna per la consegna di “pizzini“ da destinare al capo clan durante la sua latitanza. Lo stesso Santoro, inoltre,  avrebbe ricevuto un grosso finanziamento da Zagaria, con cui sarebbe stato “in società”, per estendere l’attività commerciale della “Butterfly srl”, aprendo vari punti vendita sul territorio campano e napoletano, presso i quali sarebbero stati, poi, assunti diversi parenti di affiliati al clan, al fine di procurare loro un lavoro apparentemente lecito.

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