Casaluce

Madonna di Casaluce, celebrato l’antico rito delle idrie nel Santuario

Domenica scorsa, seconda domenica dopo l’Epifania, si è svolto l’antico rito in latino, in onore della Madonna di Casaluce che si ripete ogni anno da circa 700 anni, nel Santuario di Santa Maria di Casaluce, retto da don Michele Verolla. L’antico rito con la benedizione delle acque nelle due idrie originali legate alla storia di Gesù e venerate perché in esse, durante le nozze di Cana, Cristo trasformò l’acqua in vino. Hanno partecipato alla Sacra Cerimonia i Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme della Sezione Napoli – Terra di Lavoro con le delegazioni di Capua, Aversa e Grumo Nevano. Tutti invitati dal padre rettore Verolla che in seno all’Ordine ricopre la importante carica di Cerimoniere ecclesiastica.

Il Santuario – Abazia di Casaluce costruito intorno al 1300 da Fra Pietro di Morrone, poi papa Celestino V proclamato santo. Fu lui a fondare l’ordine dei monaci celestini e il monastero adiacente all’Abbazia. Nel Santuario di Casaluce è custodita anche l’icona bizantina della beata Vergine Maria, che la tradizione vuole dipinta dall’evangelista San Luca, e poi recuperata durante le crociate contro i musulmani in Terra Santa. Le tre preziose reliquie vennero a Napoli, nella cappella palatina Santa Barbara al Maschio Angioino e successivamente furono poste sotto la custodia dei monaci celestini. L’Abbazia di Casaluce venne subito abbellita da affreschi ancora oggi presenti sotto la volta e su alcune pareti. I regnanti di tutte le epoche del Regno di Napoli – dalla regina Giovanna I d’Angiò al re Carlo di Borbone e suoi successori – hanno venerato la immagine della Madonna di Casaluce,

La storia del Santuario-monastero di Casaluce fu scritta agli inizi del 1600 in un libro dell’abate celestino Donato Polieni da Siderno, noto filosofo e reologo, che rimase affascinato dalla bellezza del luogo e dalla devozione verso la Madonna. L’icona della Madonna di Casaluce è portata in processione due volte l’anno. Il decreto regio del 23 marzo 1857 fissava la permanenza della sacra icona, a tutt’oggi, per quattro mesi ospite nella chiesa dei celestini di Aversa, dal 15 giugno al 15 ottobre, e dal 15 ottobre al 15 giugno a Casaluce, seguite dalle lunghe processioni. Il quadro della vergine di Casaluce fu dipinta su di una tavoletta di acero dallo sfondo dorato ed è vestita con tonalità marroni, dipinto con in testa e sulle spalle un velo che l’avvolge dello stesso colore, presenta sulla fronte e sulla spalla destra una stella d’oro e col braccio sinistro regge un bambino.

Il bambino, suo Figlio, veste con una tunica di colore rosso arancione fregiato di oro ed in testa ha una raggiera azzurra che delinea una croce. Il braccio destro del bambino indica la madre in atto di benedizione ed il braccio sinistro avvolge una pergamena arrotolata. Madre e Figlio si guardano mentre la mano destra della Madre indica il Figlio. Il significato è associato ad una trilogia, mentre il Figlio guarda la madre in atto di benedire, la madre indica il figlio a chi osserva e quasi si legge sulle labbra un sussurro che evoca la famosa frase del vangelo di Giovanni “fate quello che Egli vi dirà”, questo mette in risalto il suo ruolo di Mediatrice.

Le dimensioni del dipinto sono esattamente di 30 centimetri in altezza e 22 in larghezza. Questa icona diede inizio ad un culto che non aveva paragoni e la sua magnificenza nell’elargire miracoli si diffuse non solo nei territori circostanti ma scese in gran parte del regno di Napoli.
Le due idrie che la tradizione ha voluto attribuire alle giare utilizzate da Gesù Cristo per il primo miracolo di Cana in Galilea e che furono portate insieme all’icona, sono fatte di alabastro di un giallo paglierino una con ramature più scure, hanno diversa forma una più stretta e allungata l’altra più goffa ove le maniche sono legate al corpo dell’idria da due volti scolpiti. In esse ancora oggi viene eseguito il rito di benedizione delle acque la seconda domenica dopo l’Epifania, secondo un rituale antico dei monaci.

Le idrie sono custodite una a destra ed una a sinistra del trono marmoreo della Vergine nella cappella a Lei dedicata.
Il rituale dei monaci celestini per la benedizione dell’acqua è scritto interamente in latino, ed è composto da un insieme di canti, litanie, salmi e formule. È un rituale inedito e unico sul genere. Viene esposto e letto la seconda domenica dopo l’Epifania durante una solenne celebrazione che rappresenta il fulcro dei festeggiamenti della città di Casaluce.

Secolo XIV, alcuni avvenimenti dal 1362 al 1392 – Secondo l’Abate Donato Polieni da Siderno due anni dopo la donazione nel 1362 i monaci furono cacciati dal convento a causa di un equivoco causato da un uccello parlante, quale un corvo (una leggenda?) che negò l’ingresso nel monastero a Raimondo del Balzo e alla regina Giovanna I in un pomeriggio di tempesta, i quali bussando si sentirono rispondere “…non si può, non si può…”. I monaci Celestini furono sostituiti dai monaci Carmelitani entrati nelle grazie del barone di Casaluce del Balzo. Quest’ultimi introdussero nel ciclo di affreschi fiorentini rappresentanti santi dell’ordine celestino, pitture raffiguranti santi del loro ordine. Chiarito poi il malinteso del corvo, fu restituito ai monaci celestini il monastero nel 13 gennaio1363 con un nuovo atto di donazione da parte di Raimondo del Balzo[18]. Fu una vera e propria lotta tra i due ordini monastici, in quanto i carmelitani non volevano cedere il possedimento acquisito. Fu utile un intervento dei soldati del re di Napoli (dice padre Polieni che i segni di quella battaglia furono ancora visibili sulle mura ovest del castello-monastero fino all’inoltrato 1600) ed il pretesto fu che il voto di povertà non permetteva loro la proprietà di un bene materiale.

Raimondo del Balzo con profonda stima e fiducia nei confronti dei monaci celestini e per rinfrancarsi dall’equivoco creato donava al monastero di Casaluce i terreni di Montenegro del Molise con la fortezza e i casali nel 1366. La regina Giovanna I, inoltre, divenuta devota della Madonna di Casaluce, fece trasformare un torrione del castello in campanile donando tre campane due grandi ed una piccola ed un sontuoso e prezioso parato per il Santuario ed un polittico composto da Madonna con Bambino con ai lati San Giacomo e San Francesco dipinto dal maestro senese Andrea Vanni, e lei stessa visitò il monastero e la chiesa il 20 maggio 1366.

Alla fine di questo secolo, nel 1392, nel quadro della contesa tra Luigi II d’Angiò e Ladislao di Durazzo per il dominio del regno meridionale, il monastero fu assediato dai filoangioini di Tommaso Sanseverino ed occupato a scopo prudenziale dal maresciallo durazzesco Iacopo Estenardo, il quale allontanò una seconda volta e per un certo periodo i monaci celestini. In questo periodo il Santuario venne trascurato e utilizzato per officiare messa solo nei giorni di festa. Nel 24 dicembre 1399 il re Ladislao consentì ai monaci di far ritorno nel monastero. Molto probabilmente la verità sulla cacciata dei celestini dovette coincidere con qualche episodio particolare accaduto all’epoca delle lunghe lotte per la successione nel Regno di Napoli tra gli Angioini e i Durazzesci o tra gli Angioini e gli Aragonesi, con cui i religiosi si dovettero, forse involontariamente schierare provocando le ire del partito avversario.

L’unico punto fermo di questa vicenda è la donazione, deducibile dalla lapide, ancora oggi esistente al portale destro della Chiesa, donata ai monaci da Isabella D’eppe, moglie di Raimondo del Balzo, la quale dopo la morte del marito confermò la donazione del castello, donò l’appartamento che si erano riservati e le terre vicine. Con questa donazione gli abati del monastero di Casaluce acquisirono il titolo di baroni del castello di Casaluce, marchesi di Montenero e utili signori di San Zenobio (Bosco ad est del castello), titoli che tennero, con varie vicende fino agli inizi dell’ottocento, quando vennero soppressi gli ordini religiosi da Gioacchino Murat.

Il Polittico di Casaluce – Le ultime notizie conosciute del trittico donato ai monaci celestini nel 1357 – 1358 sono riportate da Padre Polieni da Siderno, quando fu poi collocato nel 1600 nella cappella del Noviziato generale dell’ordine, al terzo piano del convento. L’opera napoletana del Vanni si riduce al polittico disperso che si trovava a Casaluce. I dibattiti sulla data del polittico di Casaluce, che un’antica scritta riferita per intero dal padre Costa nel 1709 assegnava nel 1355, ma che i più tendono a ritardare notevolmente, non vi è ancora modo di acquisire dati sicuri sul primo soggiorno. Ciò che è certo è che del polittico di Casaluce fecero parte il «San Giacomo» oggi alla pinacoteca di Capodimonte e il «San Francesco» del museo di Altemburg: quest’ultimo riunito giustamente al primo dall’Oertel, ad esclusione della diversa «Madonna» che il Morisani ritenne il centro dell’opera.

La scritta letta da padre Costa sul polittico di Casaluce diceva in lettere d’oro: Andreas Vannis de Sennis magister pictor et domesticus familiarissimus domine Joanne regine Hierusalem et Sicilie me pinxit. Poiché vi si nomina solo Giovanna questo è un sintomo che l’opera fu eseguita quando Ludovico di Taranto era morto e Giovanna regnava da sola. Perciò non si potrà riesumere di certo la data del 1355. Non si potrà andare oltre del 1365, cioè oltre la vigilia dell’anno 1366 in cui, secondo il Costa l’opera sarebbe stata donata al Castello di Casaluce. Secondo il Lèonard ha dato la notizia che, dai conti angioini dal 1357-58 risulta presente a Napoli in quegli anni un «Alexander de Senis, pictor» intorno a quel tempo trafficava con Siena anche L’Accaiuoli.

La leggenda de Il Corbo – In un tardo pomeriggio tempestoso, mentre i monaci si affaccendavano nel refettorio, bussarono al portale d’ingresso del monastero i soldati che fungevano di scorta alla regina Giovanna I e al Barone del Balzo che si trovavano nei pressi del monastero per un battuta di caccia.
Sentirono rispondere: “Chi è…chi è…”,
Il soldato: “Chiedono ospitalità sua maestà la Regina ed il Barone del Balzo…”. Sentirono ripetere “non si può… non si può…”.
I reali vedendosi negata l’ospitalità, indignati si recarono al monastero celestino di Aversa. Come punizione scelsero di cacciare i monaci celestini dal monastero di Casaluce facendo dispetto di introdurre i monaci carmelitani. Quella vocina era di un corbo (corvo) ammaestrato che si trovava in gabbia appeso ad un gancio vicino al portale d’ingresso.

Alcuni avvenimenti dal 1400 al 1800 
- Il 10 marzo 1403 re Ladislao fece visita alla Vergine di Casaluce, due giorni dopo ne confermò tutti i diritti e i privilegi del possesso di Casaluce ai monaci. Nell’aprile 1408 il re si impossessò di Roma per cui il papa Alessandro V lo scomunicò e chiese aiuto a Luigi II d’Angiò per il recupero della città. Luigi II ne uscìva vincitore. Quest’ultimo fece in modo di molestare tutti i protetti di Ladislao e in particolar modo Casaluce che gli oppose resistenza. I monaci furono di nuovo cacciati. Quando il re Ladislao riprese il dominio di Napoli riconfermava nel 1413 il castello ai celestini. Morto Ladislao gli succedette Giovanna II che adottò Carlo III di Durazzo che poi sconfessò a favore di Luigi II d’Angiò. Successivamente la regina dopo aver adottato Alfonso I d’Aragona lo sconfessò a favore di Luigi III d’Angiò e quando nel 1422 Alfonso I d’Aragona si impossessava di Napoli la regina fu costretta a rifugiarsi ad Aversa. Fu esposta al pericolo della furia di Alfonso e ne fu incolume il 1 ottobre 1423 e per grazia ricevuta poneva voto alla Madonna nel monastero di Casaluce. Ella ritornò per esprimere di nuovo devozione e fede nel 7 settembre 1433. Nel 2 gennaio del 1444 Alfonso I d’Aragona volle far visita alla icona avendo sentito parlare dei molti prodigi elargiti e ne restò un fedele devoto.

Il 18 marzo 1452 l’imperatore Filippo III con la moglie Eleonora di Portogallo, in visita allo zio, reale di Napoli, vollero venerare la Vergine e rimanere ospiti nel monastero di Casaluce. Il 16 giugno 1457 Alfonso I esentava Casaluce da ogni imposta, colletta o contribuzione per i bisogni della regia corte. Nel 1478 l’abate celestino Cipriano Gallo fece apportare numerosi lavori di abbellimento al monastero ed introdusse in chiesa diversi vasi d’argento tanto da far giungere la fama del complesso monastico al di fuori dei confini del regno[22] (con esattezza furono lampade di argento, di cui oggi se ne può ammirare, soltanto, l’unica rimasta nella cappella della Madonna). Il 17 ottobre 1494 Alfonso II d’Aragona venne a Casaluce per visitare il Santuario e ne confermò tutti i privilegi acquisiti con gli anni. Fu scolpito nel 1500 il coro ligneo di corredo per il presbiterio. Una lunga serie di reali si susseguiva fino alla visita nel 31 gennaio 1536 dell’imperatore Carlo V. Egli fu attratto dalla fama assunta dal Santuario di Casaluce, e quindi volle venerare la Vergine. Fu ospite dei monaci per alcuni giorni.

L’imperatore Carlo V, incuriosito dalla custodia con la quale fu portata da Gerusalemme l’icona, chiese il permesso all’abate di scalfirla con il suo pugnale in modo da verificare se si trattasse di nodi di canna d’India. Nel 1576, fu eletto abate Tommaso di Capua, che affrontò “la spesa grande, della grande fabbrica del granaro grande, e i suoi tetti…”. Nel 1584 si effettuò la sostituzione del pavimento della chiesa per opera dell’abate Francesco di Celano. Nel 1594 fu eretto un trono ligneo che serviva per accompagnare i vari spostamenti dell’icona tra Casaluce ed Aversa e viceversa. Nel 1600 fu cambiato l’aspetto artistico del Santuario introducendo arte barocca che coprì interamente l’affrescatura fiorentina, furono edificate una serie di incannucciata che coprirono in modo alternato alcuni archi a crociera della volta, questi lavori distrussero una minima parte degli affreschi giotteschi. Sempre di questi anni fu introdotto in Chiesa un organo con parecchie canne e intarsiato su legno.

Il 14 novembre 1604 quando fu abate Ludovico di Bologna, Casaluce divenne sede di un Noviziato Generale dell’ordine celestino che coincise con la costruzione di un terzo piano del castello. Nel 1622 l’abate celestino padre Donato Polieni da Siderno scriveva il libro “Historia del Real Castello di Casaluce…” e diventava il primo storico accreditato di Casaluce. Nel 1647, in piena rivoluzione napoletana, Vincenzo Tuttavilla generale di Spagna, pose nel castello–monastero un presidio di soldati i quali diedero non poche noie ai monaci. Nel 1624 venne fuso un trono di argento per il trasporto dell’icona da Casaluce ad Aversa e viceversa su cui vi erano fusi di argento rappresentanti ai lati dell’icona SS. Pietro e Paolo, sopra L’Eterno Padre e sotto San Luca in atto di dipingerla. Nel 1709 padre Andrea Costa scriveva le “Rammemorazioni historica dell’effige di Santa Maria di Casaluce”.

Nel 1734 il re Carlo III di Borbone si recò due volte nel Santuario della Madonna, mentre si trovava in territorio aversano. Nel 1736, come riferisce Gaetano Parente, furono fatti parecchi lavori che riguardarono gran parte del Monastero; la Chiesa fu completamente rifatta in stile tardo barocco, anche l’appartamento abbaziale subì cambiamenti; le pareti furono arricchite di decorazioni a tempera con motivi di prospettive architettoniche con loggiati e porticati finti, secondo un gusto artistico del tempo (tale da farne acquisire il notevole prestigio che ancora oggi vanta integralmente ed interamente).

I monaci celestini per diversi secoli contribuirono a diffondere dovunque la devozione alla Madonna di Casaluce mediante l’entusiasmo e lo zelo dei pellegrini che da ogni parte del regno confluivano al Santuario. Con decreto del 14 novembre 1604 ottennero che il monastero divenisse sede di un Noviziato. I novizi portavano nei vari monasteri celestini copie dell’icona della Madonna di Casaluce, e questo spiega la presenza di una copia a San Benedetto in Perillis presso Sulmona alla quale fu dedicata una Chiesa. Nel 1661 fu fondata una Chiesa dedicata alla Vergine di Casaluce in Miseno presso Bacoli (Napoli), per volere del marchese di San Marcellino proprietario di quelle terre. Venerano la Madonna di Casaluce in Casapesenna (Caserta), nel Santuario di Briano (Caserta), in Ciorlano (Caserta), in Frattamaggiore (Napoli), nella Chiesa del Gesù Vecchio (Napoli), nella Chiesa dell’Annunziata in Aversa, nel Santuario mariano di Centurelli (L’Aquila) e in tanti altri luoghi dove è stata trovata devozione e venerazione di copie dell’effige.

Attualmente il monastero celestino di Aversa dedicato a San Pietro a Maiella include la parrocchia dei santi Filippo e Giacomo ospita l’icona della Madonna di Casaluce quattro mesi l’anno. Siccome il territorio di Casaluce nel periodo estivo si mostrava insalubre, poiché ricco di paludi, i monaci erano costretti a lasciare il monastero di Casaluce e chiedere ospitalità ai monaci celestini di Aversa, traslando l’icona della Madonna di Casaluce. La devozione alla Madonna di Casaluce, divenne un sentire comune tra la gente di tutto il Regno di Napoli, soprattutto dell’agro aversano. In Aversa intanto infervorava ancora di più la devozione per la Madonna, tale che i cittadini vollero abbellire nel 1645 la cappella dove Ella attualmente è posta con le Idrie (nel suo unico Santuario di Casaluce). Nel 1772 la cappella venne impreziosita con affreschi, marmi ed un maestoso cancello in ferro battuto. Il 12 maggio 1772 il vescovo Borgia della diocesi di Aversa otteneva da Papa Clemente XIV un rescritto col quale la Vergine di Casaluce fu dichiarata Patrona di Aversa e della diocesi e l’anno successivo si otteneva l’ufficio e la messa sotto il titolo della Maternità della Beata Vergine.

Questo avvenimento non fu ben colto dai monaci di Casaluce che cercarono di impedire in quanto temevano un allontanamento permanente dell’effige dal loro monastero. Nel 1744 Aversa chiedeva la presenza della Madonna in città per due mesi ed il 13 settembre 1801 si procedette alla prima solenne incoronazione della Vergine a seguito del capitolo vaticano del 9 giugno 1801 (una seconda incoronazione nel primo centenario nel 1901 ed una terza nel 14 settembre 1980 perché la corona fu trafugata il 23 settembre 1979 in Aversa). La gente accorse da ogni città per godersi la spettacolare funzione. Incominciarono in questi anni folti pellegrinaggi e processioni per chiedere grazie alla Madonna di Casaluce soprattutto per ottenere pioggia nei periodi di siccità. La devozione alla Madonna di Casaluce si estese anche in Brasile, attraverso emigranti del luogo, che a fine secolo XIX raggiunsero la zona di San Paolo del Brasile dove edificarono la parrocchia di “Nuestra Segnora de Casaluce”.

Secolo XIX, Repressione degli ordini monastici [modifica]
Soppressione degli ordini monastici
Nel 1807 con editto napoleonico, Gioacchino Murat sopprimeva tutti gli ordini monastici del regno di Napoli, ed il 14 febbraio dello stesso anno furono cacciati i monaci celestini di Casaluce e di Aversa, i quali furono costretti a lasciare i propri monasteri che furono trasformati in caserme ed ospedali militari. A Casaluce rimase utilizzabile solo il Santuario. Gli abati celestini di Aversa e di Casaluce, padre Carlo Serra e padre Domenico Pandolfelli con i sacerdoti celestini don Nicola Caputo e don Pasquale Silvestro non riuscirono a riprendere in mano la situazione perché nel frattempo le loro sedi abbaziali divennero rapidamente chiese parrocchiali con decreto regio del 13 marzo 1807. Il Santuario di Casaluce pur mantenendo il titolo, divenne parrocchia di Santa Maria ad Nives e la Chiesa dei celestini di Aversa divenne parrocchia dei SS Filippo e Giacomo. A nulla valsero gli interventi della municipalità di Aversa e Casaluce con una nota del 26 febbraio 1815 a favore dei monaci.

La traslazione tra Aversa e Casaluce
- Quando i monaci di Casaluce lasciavano nei mesi estivi il monastero, ospiti dei monaci aversani esponevano l’icona della Madonna di Casaluce alla pubblica venerazione, tale che incentivarono il rafforzamento del culto, che dopo la soppressione dei monaci, fu pretesa dal popolo aversano. I due parroci si accordarono con la permanenza dell’icona sei mesi ad Aversa e sei mesi a Casaluce mentre le due idrie rimanevano in esposizione permanente nel Santuario di Casaluce. La calma fu apparente fino a quando cominciarono una discussione sulla proprietà del baldacchino argenteo fatto fondere nel 1624. La questione fu portata davanti al Consiglio degli Ospizi, ed ebbe ragione il popolo di Casaluce. L’ 8 gennaio 1853 un decreto governativo ad istanza dei casalucesi ripristinava quello del 1744 col quale Aversa poteva avere l’icona per solo due mesi. A sua volta a seguito di un’istanza degli aversani, nel 23 marzo 1857 fissava gli attuali otto mesi a Casaluce e quattro ad Aversa con la traslazione annuale del 15 giugno ad Aversa ed il 15 ottobre a Casaluce. Le contese furono aspre ed ancora oggi esitano a scomparire del tutto.

Le feste -
 I giorni di solennità per il Santuario di Casaluce rimasero la seconda domenica dopo l’epifania, quando l’acqua veniva (e ancora oggi) benedetta nelle idrie di Cana di Galilea (acqua ritenuta miracolosa) con il rituale scritto dai monaci celestini di Casaluce che per l’occasione venivano esposte alla venerazione dei fedeli, si festeggiava la Madonna di Casaluce la prima domenica di maggio ed il 18 ottobre la festa di San Luca, il quale si pensava fosse l’autore del dipinto della Madonna col Bambino. In Aversa, invece, la Vergine di Casaluce veniva festeggiata a partire dal 1772 la seconda domenica di settembre. [30]
Secolo XX, Vicissitudini, abbandono e rovina dell’Abbazia Santuario e del castello-monastero di Casaluce – un monumento a rilievo nazionale.

Il Santuario – Nel 1903 con benedizione apostolica del Papa Leone XIII venne pubblicato il periodico “la Vergine di Casaluce”. Questo periodico servì molto per tenere accesa la devozione in terre vicine e lontane. Nel 1934 il sacerdote Bartolomeo Russo pubblicò un testo sulla storia di Casaluce dal titolo “il Santuario della Madonna di Casaluce ed il suo Castello”. Col trascorrere degli anni arrivarono anche eventi tristi: le lunghe processioni di pellegrini e devoti che chiedevano il miracolo della pioggia cessarono, nel 1972 gli affreschi della cappella delle sette porte e San Pietro Celestino V in cattedra e San Benedetto nell’atrio furono staccati dalla soprintendenza ai beni culturali della Campania e portati a Napoli per il restauro (essi torneranno in sede originaria come previsto dalla Carta del restauro del 1972). Venti di questi affreschi si possono ammirare a Castelnuovo di Napoli ed altri tenuti nei magazzini di Capodimonte e San Martino.

Il 19 maggio 1978 nella chiesa di Casaluce l’Icona fu spaccata in due da un folle con l’intento di portarla via dal trono. Il dipinto fu restaurato dalla scuola di restauro napoletana ed il vescovo Antonio Cece riportò a Casaluce l’effige. Nel 1980 fu introdotto un baldacchino bronzeo col pretesto di esporre a vista l’icona togliendola dalla sua originaria sistemazione. Questa modifica portò alla chiusura della finestra del presbiterio che dava luce all’alba all’intero edificio, rovinando l’intera parete e l’assetto artistico-architettonico. Per tale motivo, all’esterno è stato creato un avamposto di cemento armato che stravolge il maestoso panorama del castello al lato est. Intanto scomparivano il trono Abbaziale, i due laterali e gli inginocchiatoi del coro ligneo del 1500. Il 7 gennaio 1981 fu completato un piano di restauro che riprendeva gli elementi barocchi. Circa due anni dopo, la soprintendenza ritenne che il lucernario rappresentava un elemento di disturbo per la volta gotica ed eliminarono l’incannucciata barocca e rinvennero gli affreschi di scuola giottesca di cui se ne conosceva l’esistenza già dal 1937. Dopo questo futile ciclo quella parte della volta fu ripristinata “con rigoroso cemento armato” dando vita ad un obbrobrio senza precedenti. La volta fu lasciata in uno stato disastroso, e gli affreschi fiorentini, rappresentanti la gloria dei santi in uno stato di abbandono, furono restaurati otto dei trenta clipei di cui sei completamente distrutti (la stessa sorte toccò anche ad un ramo del chiostro e di alcuni pilastri).

Questi lavori di restauro furono eseguiti dalla Soprintendenza al patrimonio dei beni culturali di Napoli diretta dall’architetto Luigi Picone ordinario alla facoltà di architettura di Napoli. Il 3 luglio 1983 nella chiesa di San Giovanni Battista, in Savignano ad Aversa, fu trafugato l’antica argenteria (il baldacchino dei monaci celestini) del 1624 che fu fatto ricostruire dal popolo di Aversa nel 1984, inaugurato dal vescovo Gazza in piazzetta Madonna di Casaluce in Aversa. I restanti ventidue anni sono passati tra un ulteriore abbandono e continue richieste di aiuto. Nel 2004 l’Icona della Madonna di Casaluce lasciava il Santuario per alcuni mesi per un restauro effettuato da un maestro restauratore del Vaticano. L’11 febbraio 2007, per ricordare alcuni avvenimenti storici, è stato inaugurato il concerto di campane. Esattamente sei nuove campane che si aggiungeranno alle altre due già impiantate, è stato dato loro il nome di “Castellana” in onore della Vergine di Casaluce, “Celestina”, “Benedettina”, “Angelica”, “A Roberto da Salles” e la “Nives”. Nel 2007 l’Abbazia Santuario versa ancora in uno stato di abbandono, pur essendo ancora attiva, ed il deturpo e la rovina proseguono agli occhi di noi tutti e degli enti competenti.

I beni che vennero confiscati ai celestini passarono in mano al collegio napoletano. Con la nascita dello stato italiano, e dopo un breve periodo, i beni vennero riceduti alla curia vescovile di Aversa. Il monastero di Casaluce ed il suo Santuario, che nacquero come unico corpo, furono smembrati nel tempo. Da quando il castello venne restituito alla curia, si è passati da enfiteusi ad enfiteusi fino ai giorni nostri, lasciandolo all’incuria e quindi alla inevitabile distruzione. Parecchi sono stati gli astuti e furbeschi tentativi di acquisizione del castello-monastero da parte di molti, fortunatamente, per adesso, senza risultati. L’unico restauro eseguito per il mantenimento del castello – monastero è stato fatto 1988 esclusivamente per l’appartamento abbaziale ad opera della Soprintendenza; la parete nord-ovest del castello fu “restaurata frettolosamente” con intonaco su tufo a vista trascurando lo stile artistico ed architettonico del complesso e parte del chiostro con cemento armato.

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