Mondragone - Carinola - Falciano del Massico

Caporalato a Mondragone, arrestato un rumeno. Indagati anche due complici ucraini

Continua l’azione della Procura di Santa Maria Capua Vetere contro il fenomeno del “caporalato” nel Casertano, in particolare sul litorale domitio. Nella giornata di lunedì 5 novembre i finanzieri della compagnia di Mondragone hanno sottoposto agli arresti domiciliari un 35enne rumeno, R.A.F., e all’obbligo di presentazione due ucraini – G.A., 34 anni, e L.O., di 53 – tutti ritenuti gravemente indiziati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

I provvedimenti fanno seguito al fermo di indiziato di delitto disposto nei confronti dei tre indagati ed eseguito lo scorso 2 novembre. Le nuove misure restrittive della libertà personale rappresentano un ulteriore esito della prolungata indagine che lo scorso 9 ottobre ha già portato ad analogo provvedimento di fermo, per gli stessi reati, nei confronti di un 49enne tunisino, M.M., e della sua compagna, una 49enne ucraina, S.N. (leggi qui). La misura degli arresti domiciliari nei confronti del rumeno R.F.A. è stata ora disposta all’esito delle indagini che hanno consentito di individuarne il ruolo di “caporale” operante sul territorio di Mondragone, quale intermediario e reclutatore di manodopera destinata al lavoro presso terzi, per una media di oltre 20 lavoratori per giornata lavorativa, mentre l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria applicato nei confronti dei due ucraini riguarda l’accusa di aver supportato lo stesso rumeno nell’attività di reclutamento, trasporto dei lavoratori e vigilanza sui campi.

Le attività d’indagine hanno dimostrato, infatti, come gli indagati reclutavano forza lavoro in maniera organizzata e continuativa, per la maggior parte braccianti agricoli di sesso femminile che mettevano a disposizione di aziende agricole con le quali avevano istaurato un vero e proprio rapporto di durevole e fidelizzata collaborazione. Dagli esiti delle intercettazioni e dalle fonti dichiarative emergeva, in particolare, la sussistenza di numerosi indici rilevatori sia dello sfruttamento che dello stato di bisogno delle vittime, in particolare: l’impiego dei lavoratori senza la stipula di alcun contratto di lavoro; retribuzioni ben al di sotto degli standard dei contratti collettivi di riferimento; l’impiego dei lavoratori secondo turai massacranti, che si protraevano dalle prime luci dell’alba fino al tardo pomeriggio; il mancato riconoscimento ai lavoratori reclutati di qualsivoglia maggiorazione per il lavoro straordinario, notturno o festivo; l’impiego dei lavoratori in prestazioni eseguite all’interno di serre, in condizioni quindi disagiate, per orari superiori ai limiti previsti, lavori, secondo norma, qualificati disagiati, nocivi e pericolosi; lo scomputo dalla retribuzione, già inferiore al dovuto, di spese forfettarie per il trasporto e per il compenso spettante al caporale per il reclutamento e l’intermediazione con il proprietario terriero; l’attuazione di metodi di sorveglianza e di condizioni di lavoro degradanti, attraverso il controllo costante, anche della quantità di prodotti raccolti dalle singole squadre e la pretesa di una quantità minima di raccolto; il divieto per i lavoratori di ogni possibilità di comunicazione tra loro, senza le necessario pause di riposo e la possibilità di utilizzo di idonei servizi igienici; l’impiego dei lavoratori in violazione ad ogni norma in materia di sicurezza, non garantendo loro alcun dispositivo di protezione individuale; lo svolgimento dell’attività anche in condizioni temporali di forte intensità e venti molto forti.

Questi indici di sfruttamento sono stati accertati grazie all’utilizzo della totalità dei mezzi di ricerca della prova, tra cui le numerose audizioni dei lavoratori reclutati, svolte con le massime cautele e con assoluta riservatezza, anche per evitare condizionamenti e ritorsioni. In tale contesto, sebbene intimiditi e impauriti, alcuni di loro hanno fornito preziose indicazioni circa alcuni dettagli dell’accordo illecito con il caporale, confermando quanto già emerso a seguito delle attività d’intercettazione operate. Dai riscontri effettuati nel corso delle investigazioni è emersa dunque un’attività illecita organizzata dai caporali nei minimi dettagli, “completamente in nero”, con un modello delinquenziale ormai stabilizzato che, potendo contare su una continua e sistematica domanda da parte di alcune fidelizzate aziende agricole committenti, reclutavano in punti prestabiliti di raccolta, lavoratori stranieri, per lo più ucraini e moldavi, in numero mediamente superiori alle venti persone, trasportate sui luoghi di lavoro stipati in furgoni del tutto inadeguati con grave rischio anche per l’incolumità personale.

E’ emerso, tra l’altro, che il caporale, pur risultando formalmente assunto a tempo indeterminato come operaio presso un’azienda di commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi freschi, svolgeva l’illecita attività avvalendosi dell’apporto prestato dai due ucraini, i quali, oltre a reclutare manovalanza, svolgevano compiti di autisti e capi squadra, provvedendo al materiale trasporto degli operai presso i fondi, nonché al controllo sui lavoratori. In concorso con i caporali, sono stati indagati anche due committenti, B.A., 60enne di Mondragone, e C.S., 57enne di Formia, titolari di aziende agricole che hanno a loro volta beneficiato di tale sistema illecito per abbattere drasticamente i costi della raccolta. Sono ancora in corso le indagini nei confronti di altri committenti ed utilizzatori della manodopera. Il committente, inoltre, ha alimentato il sistema illegale con il pagamento in contanti e senza tracciabilità delle prestazioni lavorative in nero così ottenute e dei compensi da riconoscere al caporale per i servizi resi.

In sintesi, gli elementi investigativi raccolti nel tempo e a base dei disposti fermi fanno emergere anche in questo caso, in tutta la sua gravita e pervasività, un’economia deviante che brutalizza l’importanza del lavoro al solo fine del contenimento dei costì, secondo una dinamica perversa per cui lo sfruttamento è direttamente correlato alla massimizzazione dei profitti. Una pratica illecita talmente radicata e diffusa da apparire ormai consuetudinaria.

“L’impegno della Procura di Santa Maria Capua Vetere nell’azione di contrasto continuerà con la massima intensità possibile”, dichiara la procuratrice Maria Antonietta Troncone, sottolineando: “Anche a tal fine si darà massima attuazione al protocollo d’intesa siglato nel mese di giugno 2017 dalla Procura con le forze di polizia, gli organi ispettivi, le strutture sanitarie e le associazioni del territorio, finalizzato proprio al rafforzamento del percorso di tutela degli stranieri vittime di reato, di intermediazione illecita e di sfruttamento lavorativo e sessuale”.

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