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Roma, bancarotta e truffa: 7 arresti nel gruppo dei ristoratori Loreti

I finanzieri del comando provinciale di Roma hanno tratto in arresto 7 persone, e notificato un obbligo di dimora a un altro indagato, ritenute appartenenti a un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una pluralità di reati di bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio e truffa aggravata ai danni dello Stato. Il provvedimento cautelare, emesso dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma, ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di Leonardo Loreti, 53 anni; Andrea Garofalo, 37; Arber Xhiaj, 36. Ai domiciliari: Alessandra Loreti, 54 anni; Monica Loreti, 55; Cecilia Loreti, 56; Franco Casini, 61. Obbligo di dimora per Maurizio Di Gennaro, 45.

Le indagini, coordinate dalla Procura capitolina, hanno avuto origine dal fallimento della “Virgilio Srl”, dichiarato alla fine del 2014 dal locale Tribunale, utilizzata dai componenti della famiglia Loreti per gestire l’omonimo ristorante sito nella centralissima piazza di Campo de’ Fiori.  I conseguenti approfondimenti hanno consentito di accertare che il “gruppo Loreti” ha assunto, nel tempo, una posizione di rilievo nel settore della ristorazione, avendo acquisito il controllo di due ristoranti a piazza Campo de’ Fiori, uno a piazza San Cosimato, uno a Vicolo del Cinque, uno a via del Governo vecchio, uno a piazza Malva e uno – in una prestigiosa zona panoramica – a Monte Mario.

Le investigazioni dei militari del Gruppo Tutela mercato capitali del Nucleo di polizia economico-finanziaria, sviluppate attraverso l’audizione di persone informate sui fatti, intercettazioni telefoniche e telematiche, rilevamenti contabili e complesse indagini finanziarie, hanno disvelato quello che l’autorità giudiziaria ha definito “metodo Loreti”, consistente nell’acquisizione di aziende e società gravate da debiti, nell’aggravamento di tali situazioni debitorie mediante il mancato pagamento delle imposte, dei fornitori e dei dipendenti e, infine, nel trasferimento di tutti gli asset produttivi di reddito ad altre società, costituite appositamente. Il tutto mediante il sistematico ricorso a “prestanome” per “schermare” i reali proprietari/gestori delle società.

Dominus dell’organizzazione criminale, secondo gli investigatori, era Leonardo Loreti, emigrato a Dubai nel 2015, coadiuvato, nella gestione delle attività, dai fidati collaboratori Andrea Garofalo e Arber Xhiaj, quest’ultimo originario dell’Albania. Un ruolo fondamentale, sottolineano sempre gli inquirenti, era svolto, inoltre, dalle tre sorelle del protagonista della vicenda – Alessandra, Monica e Cecilia – socie di uno studio che costituiva la base logistica del sodalizio e si occupava della soluzione di ogni problematica amministrativa. Le quote delle società erano state fittiziamente intestate a Franco Casini e Maurizio Di Gennaro, i quali, privi di adeguate fonti di reddito, figuravano quali formali acquirenti di imprese a fronte del pagamento di centinaia di migliaia di euro. Dopo aver distratto le risorse finanziarie necessarie per l’acquisizione di nuove attività commerciali e portato le “vecchie” imprese alla decozione, l’associazione procedeva alla sottrazione o distruzione della documentazione societaria e contabile, al fine di impedire la ricostruzione delle dinamiche infragruppo. Finora sono tre le società dichiarate fallite, per un totale di oltre un milione di euro di danno ai creditori e, in primis, all’Erario.

Altra condotta illecita emersa nel corso delle indagini, “sintomatica della spregiudicatezza degli indagati”, si legge nella nota degli investigatori, riguardava l’utilizzo di autovetture acquistate in Italia ma successivamente radiate per esportazione e reimmatricolate in Bulgaria, sulla base di un simulato contratto di compravendita con una società locale avente sede in quel Paese. Ciò al fine di sottrarsi al pagamento della tassa di proprietà ed eludere le sanzioni per le violazioni del Codice della strada. “Gli indagati – si legge nella misura restrittiva – sono costantemente e attualmente dediti allo svolgimento di attività imprenditoriale ‘tossica’ capace di determinare l’inquinamento del settore economico di intervento alterando l’equilibrio della sana e corretta concorrenza di mercato procurando, altresì, nocumento esiziale alle casse dell’Erario”.

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