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Negozi, la Lega rilancia: “Aperti solo otto domeniche l’anno”

La Lega fa quadrato attorno alla proposta di Luigi Di Maio della chiusura domenicale dei negozi, anzi rilancia. Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, spiega infatti che il partito va “avanti con la nostra proposta”, con “la possibilità di stabilire 8 aperture all’anno anche d’intesa con le Regioni”. Sposando quindi la proposta della leghista Barbara Saltamartini, più stringente in termini di aperture rispetto a quella dei Cinquestelle.

Il provvedimento dell’esponente del Carroccio, spiega ancora Molinari, è quello “che ci chiedono le associazioni dei commercianti schiacciati dalla liberalizzazione selvaggia di Monti e dai vantaggi competitivi della grande distribuzione. Vogliamo tutelare il commercio tradizionale e dare un messaggio di attenzione alle famiglie il cui tempo libero non deve essere dedicato solo al consumismo. Vogliamo tutelare il commercio tradizionale, perché questi anni di liberalizzazione selvaggia e prolificazione smodata della grande distribuzione hanno desertificato i centri storici”. Molinari conclude dicendo che “siamo pronti a incontrare tutte le parti interessate per un confronto aperto e libero”.

Gli italiani della domenica sono circa 4,7 milioni. Il dato emerge da un’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre e riferita al 2016. Di questi, 3,4 milioni sono lavoratori dipendenti, mentre il restante sono autonomi come commercianti, agricoltori ed artigiani. A farla da padrone comunque nel giorno festivo sono quelli del settore alberghiero e ristorazione: 688.300 dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3 per cento.

“La maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend – dichiara il segretario della Cgia Renato Mason – va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto”. Altri settori che occupano percentuali rilevanti la domenica sono il commercio (579.000 lavoratori pari al 29,6% del totale), la Pubblica Amministrazione (329.100 lavoratori pari al 25,9% del totale), la sanità (con 686.300 pari al 23% del totale) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%).

Il turismo richiamato da Mason va ad incrociarsi con il dato sulle regioni, dove la vocazione turistica/commerciale è primaria:  la Valle d’Aosta infatti è al comando con il 29,5% di occupati la domenica sul totale dei dipendenti nell’intera regione.  A seguire troviamo la Sardegna, con il 24,5%, la Puglia al 24% , la Sicilia e il Molise rispettivamente al 23,7% e 23,6%. In coda invece la Lombardia che si attesta al 16,9%, al di sotto della media nazionale (19,8%).

“Negli ultimi anni – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal Governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi. Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela”.

Confrontando con la graduatoria europea, l’Italia si piazza verso il fondo della classifica nella percentuale di lavoratori occupati la domenica. Solo l’Austria (19,4%), la Francia (19,3%), il Belgio (19,2%) e la Lituania (18%) sono dietro di noi. In vetta troviamo la Danimarca al 33,9%, seguita a ruota dalla Slovacchia al 33,4% e dai Paesi Bassi al 33,2%, rispetto ad una media europea del 23,2%.

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