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Turchia, crolla la lira. Erdogan: “Ci attaccano ma noi abbiamo Allah”

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, denuncia “campagne” internazionali volte a colpire il suo Paese e invita i suoi cittadini a non farsi prendere dal panico per il crollo della lira sui mercati valutari. “Non dimenticate che se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah”, ha sottolineato. Secondo Bloomberg, la lira turca ha toccato un nuovo minimo storicoe in avvio ha perso fino al 13,5% sul dollaro. Sul reddito fisso il bond governativo a dieci anni tocca il massimo storico, con il rendimento schizzato al 22,82% rispetto al precedente 18,85%. La discesa della moneta turca è continuata nella notte sulla scia delle crescenti tensioni tra Ankara e Washington, ma anche delle preoccupazioni per un’eccessiva esposizione dei creditori della zona dell’Ue, rivelate dal Financial Times.

Dopo un pesante calo giovedì, che ha visto la valuta turca arrivare a 5,4 per un dollaro (e 6,3 lire per un euro), i cambi overnight hanno fatto segnare un ulteriore scivolamento del 5%. Il mercato dei cambi penalizza la lira dopo la visita di una delegazione turca a Washington, guidata dal viceministro degli Esteri Sedat Onal: il governo turco sperava che sarebbe servita ad avvicinare le parti su una serie di questioni, inclusa la detenzione del pastore americano Andrew Brunson e relative sanzioni.

Le banche italiane sono esposte per quasi 15 miliardi di euro (16,9 miliardi di dollari) verso la Turchia, e salgono a 16 se si includono le garanzie. E’ quanto emerge dai dati della Banca dei regolamenti internazionali, che funge da “banca centrale delle banche centrali”. Gli istituti di credito del nostro Paese vengono dopo la Spagna (71 miliardi di euro), la Francia (33 miliardi), la Gran Bretagna (16,5 miliardi) e gli Stati Uniti (15,6) oltre alla Germania (14,8 miliardi). In totale l’esposizione delle banche internazionali verso la Turchia è pari a 264,9 miliardi di dollari. Dalle banche alle infrastrutture, dalle auto alle autostrade: la Turchia è da anni un mercato importante per le imprese italiane, con un interscambio totale che sfiora i 20 miliardi di euro e investimenti notevoli di gruppi come Pirelli, Fiat e, da alcuni anni, Unicredit. Un “mercato prioritario” per l’export italiano lo definisce la Sace, la società di assicurazioni degli esportatori. Inevitabile dunque che si senta anche in Italia l’impatto della crisi finanziaria che colpisce il Paese.

Unicredit è azionista di peso di Yapi Kredi, con una quota dell’81,9% detenuta attraverso la joint venture paritaria con Koc Group. Fca è presente da decenni con lo stabilimento di Bursa-Tofas (Instanbul), con decine di migliaia di veicoli prodotti. Da cinquant’anni è in Turchia anche Pirelli, che ha concentrato la produzione nello stabilimento di Izmit, a 100 chilometri da Istanbul, costato 170 milioni di euro di investimenti negli ultimi anni, la produzione di due milioni di pneumatici industriali l’anno destinati ai mercati di Europa, Medio Oriente e Africa. Cementir ha investito in Turchia dal 2001 oltre 530 milioni di dollari acquisendo Cimentas e Cimbeton. Anche Leonardo, tramite Alenia Aermacchi, è in qualche modo toccato dalla crisi turca in quanto contribuisce alla produzione dell’F-35 (che vede 30 ordini dalla Turchia con opzione per altri 70 velivoli) e partecipa a una commessa importante, 30 elicotteri da parte di Turkish Aerospace al Pakistan.

Tanti i progetti italiani in Turchia, a partire dal comparto infrastrutture-costruzioni-logistica: come quelli di Salini Impregilo nella costruzione di due autostrade, la Kinali-Sakarya e la Tarsus-Adana-Gaziantep, in un impianto idroelettrico, nella linea ad alta velocita’ che collega Ankara ad Istanbul, nella depurazione delle acque a istanbul. E poi c’è l’export dell’Italia, nel 2017 quinto partner commerciale con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%.

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