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Pd, Martina eletto segretario. Renzi: “Non vado via”

Maurizio Martina è stato eletto dall’Assemblea Nazionale nuovo segretario del Pd. I voti contrari sono stati sette e gli astenuti 13. Martina, all’indomani delle dimissioni di Matteo Renzi, aveva assunto le mansioni di segretario reggente. La riunione del Pd, in corso all’hotel Ergife di Roma, è stata anticipata da alcune tensioni interne tra i dem. Già nella tarda serata di venerdì 6 luglio, le varie aree del partito hanno raggiunto un’intesa di massima sul testo da votare in Assemblea. I punti principali prevedono, oltre all’elezione di Maurizio Martina a segretario, anche l’avvio da subito della fase congressuale, inclusi i congressi regionali, e le nuove primarie nel 2019, prima delle elezioni europee.

Si ipotizza già una data per le primarie che eleggeranno il nuovo segretario del Partito democratico: potrebbero essere il 24 febbraio 2019. Non è una decisione presa, dal momento che la data non è messa nero su bianco nel documento finale dell’assemblea Dem, ma sulla data possibile c’è un primo accordo di massima tra le diverse aree del partito. Il testo che sarà messo al voto al termine dell’assise, indica un “percorso” da avviare “in vista” delle elezioni europee. Ma l’accordo di massima prevede il congresso entro il voto per l’Europarlamento e la data possibile, per permettere poi al nuovo segretario di lavorare in vista degli appuntamenti elettorali (nella prossima primavera sono in programma anche amministrative) è l’ultima domenica di febbraio.

Nel suo intervento Maurizio Martina ha proposto che “il partito avvii un percorso congressuale straordinario da qui a prima delle Europee che ci porti a elaborare idee, persone, strumenti nuovi. Dobbiamo riorganizzare tutto”. Nel lanciare la sua candidatura ha detto: “In autunno terremo i congressi territoriali, perché nei territori il partito è collassato”. E poi a ottobre “un grande appuntamento che si rivolga al Paese. Chiedo di poter fare un lavoro ricostruttivo e rifondativo: in ballo ci sono le ragioni fondative del Pd”. Martina ha ribadito che non ci sono “scorciatoie: serve una via nuova per interpretare l’alternativa alla destra che oggi governa. Noi siamo fondamentali per costruire l’alternativa ma non basteremo a noi stessi. Non si tratta di guardare al passato e neppure di fare discussioni tra gruppi dirigenti, ma di dare una speranza a tante persone disilluse che guardano ancora a noi. Non riduciamo tutto a discussioni tra noi”.

Martina si è presentato sul palco con una maglietta rossa per aderire all’iniziativa promossa da Libera in difesa dei migranti. Anche il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, che non è membro dell’Assemblea ma è stato invitato a partecipare, si è presentato indossando una t-shirt rossa e come lui anche il presidente del Pd Matteo Orfini, nonché molti membri dell’Assemblea. L’Assemblea si è aperta con l’inno di Mameli. Subito dopo ha preso la parola il segretario uscente Matteo Renzi. “E’ necessaria un’analisi di quello che è successo, ma è superficiale il giudizio di chi dice che le abbiamo perse tutte”, ha detto l’ex premier. “Noi l’egemonia l’abbiamo avuta per tre o quattro anni. L’abbiamo persa e l’atto delle dimissioni ha questo significato” di riconoscere la sconfitta. All’applauso di una parte della platea, a sottolineare la responsabilità di Renzi, l’ex segretario ha replicato: “Abbassiamo tutti i toni delle tifoserie. So che non sono l’unico responsabile ma in politica si fa così: paga uno per tutti. Mi hanno mostrificato e i dirigenti non mi hanno difeso. Elencando le cause della sconfitta elettorale, ne ha individuate dieci, Renzi ha ricordato la mancanza di leadership (“ci siamo innamorati dell’idea di giocare con il falso nueve”), “non abbiamo dettato l’agenda. L’algida sobrietà non fa sognare il popolo ed è stato sbagliato non fare lo ius soli”.

Poi Renzi ha ribadito che “ripartenza non può essere ricostruire un simil Pds o una simil Unione”. Renzi ha rivendicato che “per quattro anni il Pd è stato argine al populismo in Italia e se non avessimo fatto quel che abbiamo fatto nel 2014, il populismo avrebbe vinto allora. L’ex premier ha poi ribadito l’impossibilità di un accordo con il M5S: “È vecchia destra, sono una corrente della Lega” aggiungendo il proprio no a flat tax, reddito cittadinanza e stop legge Fornero. “Macron è uno dei punti di riferimento contro i populisti, per impedire che diventino con la Lega delle leghe la prima forza del Parlamento Ue”.

“Smettiamola di considerare nemici quelli accanto a noi”, ha esortato Renzi. “Ci rivedremo al congresso, lo riperderete e il giorno dopo tornerete ad attaccare chi ha vinto”, ha replicato ad alcuni esponenti della minoranza che lo contestavano dalla platea. “Mi hanno detto ‘dimettiti sul serio’, gente che non si è dimessa nemmeno dalla bocciofila. Mi hanno anche chiesto: perché non hai fatto una cosa tua dopo” il 41% alle europee del 2014? Perché io credo e continuo a credere che sia il Pd l’argine al populismo, non sono andato via quando mi conveniva e non vado via”. Renzi ha quindi esortato a fare il congresso “come volete” ma “basta risse da cortile alle quali il nostro popolo non può più stare. Io darò il mio contributo per la battaglia educativa e culturale contro chi vuol chiuderci nell’odio e nella paura”.

“Il Pd si muove. Con fatica, ma finalmente si muove. Al bando ora ogni conservatorismo o nostalgia del passato con ricette che hanno fallito. Dobbiamo guardare avanti. Quando ci riusciamo il Pd vince, insieme a tanti altri, anche ora”, ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, salutando come positivo il congresso prima delle europee. “Costruiamo in tutto il paese in maniera aperta “comitati per l’alternativa” per chiamare a raccolta chi vuole cambiare e ridare agli italiani un futuro”.

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