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Kenya, la baraccopoli di Kibera: benvenuti all’inferno

Quando un essere umano nasce la sua vita è come un libro bianco, tutto da scrivere. Però, almeno per i primi anni, quelli che determinano la formazione e il carattere di un individuo, la penna non è nelle mani del nuovo nato ma della società che lo circonda. Così, se nasce in un luogo in cui il seme dell’abbandono, della miseria, della delinquenza, nel senso più ampio della parola, è diventato un albero con radici profonde, quel bambino o bambina che sia non può che fare sbocciare i fiori ed i frutti del male. E droga, prostituzione, pedofilia, furti, scippi, rapine, e persino omicidi, per lui o lei sono “cose normali”.

La colpa è della società che, sapendo cosa ha seminato, sa cosa avrebbe raccolto. Luoghi come Kibera, in Kenya, la “167” di Secondigliano a Napoli o lo Zen di Palermo, che non dovevano nascere, sono stati creati da chi non poteva non sapere che cosa sarebbero diventati. Ma a chi importa? Sono serviti a coloro che li hanno voluti ed ora sono “set cinematografici”, “mete turistiche”. Poco importa se la delinquenza cresce, la società civile sa come farne uso.

Intanto, proponiamo altre immagini del nostro viaggio nell’inferno della baraccopoli di Kibera, quartiere di Nairobi, tra i più degradati al mondo, lì dove l’unico barlume di speranza è dato dai volontari della fondazione italiana Avsi che, grazie alle donazioni ricevuta, danno ai bambini un’istruzione ma soprattutto l’idea di un mondo migliore e di un diverso futuro possibile (leggi qui e guarda il video)

IN ALTO IL VIDEO DEL “VIAGGIO” NELLA BARACCOPOLI DI KIBERA

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