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Stupri Rimini, il capobranco nega le violenze: ma telecamere lo incastrano

Ha negato le violenze, ha raccontato di non aver mai sfiorato anche solo con un dito una donna. Ma a incastrare il congolese Guerlin Butungu, interrogato per lunghe ore, alle testimonianze delle vittime e alle immagini delle telecamere, si è aggiunta l’ammissione fatta da almeno due complici. “E’ lui che ci ordinava cosa fare quella sera”, hanno raccontato i due fratelli marocchini di 15 e 16 anni costituitisi per gli stupri di Rimini.

Butungu è stato ascoltato domenica dal pm della procura romagnola che hanno riconvocato in questura a Rimini la transessuale per il riconoscimento ufficiale. I tre minorenni, invece, sono stati trasferiti al carcere minorile “Pratello” di Bologna e, a quanto si apprende, hanno negato di aver compiuto violenze sessuali, ma solo di aver picchiato i turisti. I due fratelli, nati in Italia da genitori marocchini, avevano precedenti con la giustizia per furti e minacce.

Il procuratore per i minorenni di Bologna, Silvia Marzocchi, nel decreto di fermo nei confronti dei minorenni parla di “turpi, brutali e ripetuti atti di violenza”. Intervistata dal Corriere della Sera, Francesca Capaldo, capo della sezione dello Sco che ha arrestato il 20enne a bordo del treno diretto verso Milano, ha riferito di essersi trovata davanti a ragazzi “mansueti” durante gli interrogatori: “Invece il racconto delle due donne, le lesioni che hanno inferto loro, dimostrano che sono riusciti a tirare fuori una forza brutale. Erano accaniti in maniera bestiale, non mi era mai capitato di vedere una cosa del genere tra estranei”, ha spiegato la poliziotta.

A Vallefoglia, in provincia di Pesaro e Urbino, la famiglia dei due minorenni marocchini era seguita dagli assistenti sociali. Il padre, secondo Il Messaggero, era stato ai domiciliari per una serie di risse, la madre era stata ammonita per alcune aggressioni ai vicini mentre i due fratelli erano stati denunciati varie volte per furto e percosse.

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