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Totò Riina, sequestrati beni per 1,5 milioni al boss e alla sua famiglia

Nel giorno del 25mo anniversario della strage di via D’Amelio con l’uccisione del giudice Borsellino e della sua scorta, sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di 1,5 milioni di euro riconducibili al boss mafioso Totò Riina e al suo nucleo famigliare.

Le indagini patrimoniali condotte dai Carabinieri del Ros hanno consentito di individuare il patrimonio occulto riconducibile a Riina, alla moglie Ninetta Bagarella e ai figli, Giuseppe Salvatore, Maria Concetta e Lucia. Quest’ultima aveva chiesto recentemente al Comune di Corleone il bonus bebè (negato).

I beni, prevalentemente nelle province di Palermo e Trapani, sono costituiti da tre società, la villa di Mazara del Vallo in cui Riina avrebbe trascorso le estati in latitanza con la famiglia, 38 rapporti bancari e numerosi terreni di cui si è accertata la disponibilità da parte del capo mafia corleonese. Le indagini si sono concentrate sulla differenza tra i redditi dichiarati dai Riina e la disponibilità di denaro contante della famiglia. In particolare la moglie, nonostante i sequestri di beni mobili e l’assenza di redditi ufficiali, ha emesso tra il 2007 e il 2013 assegni per un valore di oltre 42 mila euro a favore dei congiunti detenuti.

Sottoposta ad amministrazione giudiziaria per sei mesi anche l’azienda agricola del Santuario Maria Santissima del Rosario di Corleone, nella quale è stata accertata l’ingerenza di Riina e della sua famiglia nel controllo e nella gestione di un vasto appezzamento di terreno attraverso Vincenzo Di Marco, giardiniere e autista dei Riina, e suo figlio. I Riina decidevano sia l’utilizzo dei terreni che la distribuzione delle rendite, esautorando il legale rappresentante.

Un’indagine del 2012 ha portato alla luce una controversia per la gestione dei terreni tra il figlio del capo mandamento, Leoluca Lo Bue, e il figlio di Di Marco. La contesa era stata decisa dalla moglie di Riina a favore di Di Marco. Per gli inquirenti è l’ennesima prova che Riina, sebbene detenuto in regime di 41 bis, è in grado di condizionare ancora le dinamiche criminali del mandamento di Corleone. Nelle province di Lecce e Brindisi sono state inoltre localizzate aziende di compravendita di auto formalmente intestate al genero di Riina e costituite, spiegano i carabinieri, con proventi illeciti.

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