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Roma, usura ed estorsione: sgominata organizzazione legata a camorra e ‘ndrangheta

I finanzieri del comando provinciale di Roma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale capitolino, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 17 persone, per i reati di associazione a delinquere, usura, estorsione, abusivismo finanziario, reimpiego di capitali illeciti, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e accesso abusivo a sistemi informatici. In molti casi le condotte risultano aggravate dal metodo mafioso, considerata la forza intimidatrice esercitata e lo stato di assoggettamento (spesso degenerato in terrore) provocato nelle vittime.

Le indagini, condotte dagli specialisti del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria della Capitale, hanno avuto inizio nel 2013, a seguito della denuncia sporta dalla vittima di reiterate estorsioni, connesse a prestiti usurari. In tale contesto, emergeva – sin da subito – l’illecito rapporto tra un affermato imprenditore romano e due pluripregiudicati di origine campana, da tempo trasferitisi a Roma: un vero e proprio sodalizio criminale contiguo con ambienti malavitosi di stampo camorristico e ‘ndraghetista.

In particolare, i soggetti campani Francesco Sirica detto “Franco o’ Pazz” e Luigi Buonocore, nonché l’imprenditore romano Alessandro Presutti – attivamente coadiuvati da Alessandro De Palma, Carmine Buonocore (fratello di Luigi), Domenico Sirica (padre di Francesco), Mirko Calì e Ilenia Tempesta (ex moglie del Presutti) – nello sviluppo di dinamiche “commerciali criminali”, applicavano bieche logiche mafiose, anche con il ricorso a metodi assai violenti: “…ci devono pagare lo strozzo….omissis…sto aspettando …omissis… mi metto sulla moto e lo butto di sotto! ….omissis…tocca ammazzarlo!”.

Le intercettazioni hanno consentito di documentare, infatti, che il Presutti si rivolgeva a soggetti dall’elevato spessore criminale per il recupero dei crediti vantati ed ancora non riscossi, tra cui il boss Maurizio Rango, reggente della cosca di ‘ndrangheta Rango – Zingari di Cosenza ed attualmente in carcere per associazione mafiosa, attraverso cui reclutare anche un presunto killer di ‘ndrangheta, sicuramente più “convincente” in ipotesi di ulteriori ritardi nei pagamenti.

Decine le vittime delle asfissianti condotte di usura stroncate dai Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria. I malcapitati, a fronte di ingenti prestiti di denaro contante erano costretti a corrispondere tassi di interesse mensili fino al 20 %, subendo, in caso di inadempimento, gravi minacce, intimidazioni e ritorsioni anche con il ricorso alla violenza (le indagini hanno documentato, tra l’altro, un caso di accoltellamento).

Il sodalizio criminale aveva la capacità di reclutare noti pregiudicati, tra i quali un importante esponente della famiglia Cordaro del quartiere Tor Bella Monaca, Giuseppe Cordaro, già detenuto dal luglio 2016 e oggi nuovamente destinatario di ordinanza di custodia cautelare in carcere, ampiamente conosciuto alle cronache per gli ingenti traffici di droga e per i numerosi fatti di sangue verificatisi nella zona, connessi a “regolamenti di conti”, funzionali al “dominio” sulle lucrose piazze di spaccio.

A tal proposito, nel corso delle investigazioni, si acquisiva un vero e proprio “libro mastro della droga”, riferibile alla famiglia Fabietti – altra organizzazione narcotrafficante romana operante a Tor Bella Monaca – nel quale erano documentati debiti per un controvalore di circa 6 milioni di euro, corrispondenti a cessioni di droga per almeno 120 chili.

Nel corso delle investigazioni esperite dalle Fiamme Gialle del Gico, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, sono emerse: da un lato, la colleganza e fidelizzazione al notissimo boss Michele Senese, la cui fama criminale veniva sovente evocata per gestire le dinamiche relazionali con altre organizzazioni malavitose ovvero per intimorire le vittime di usura o, ancora, per garantire la raccolta periodica di “oboli” necessari al sostentamento dei membri del gruppo campano nonché alle loro ingenti spese legali connesse a processi in corso.

A tal fine appaiono emblematiche le parole di Alessandro Presutti e di Gino Buonocore che, onorati di contribuire al mantenimento del gruppo Senese, si premuravano di indicare i loro nomi sulle buste consegnate, affinché i Senese sapessero su chi effettivamente fare affidamento: “…che lo mandiamo noi c’è scritto sul bigliettino…!!”. Inoltre, il Presutti così ha definito, in una conversazione intercettata, Michele Senese: “cioè qui stiamo parlando de…che è il capo di roma! no il capo di Roma, il capo…il boss della camorra romana!!! comanda!! comanda tutto lui!!”; dall’altro, la partecipazione al gruppo criminale di un’ampia “area grigia”, costituta da soggetti appartenenti alla società civile – tra cui l’avvocato Marco Marasca del Foro di Roma e il consulente del lavoro Stefano Pagani – che ponevano a disposizione dell’organizzazione il proprio know how professionale e contribuivano alla soluzione di ogni problema tecnico e/o giuridico.

Ancora, al fine di schermare gli illeciti proventi dei numerosi fatti di usura, emergeva come il sodalizio investigato avesse elaborato un articolato schema societario, formalmente intestato a prestanome – tra cui Simona Piccioni, oggi tratta in arresto – ma di fatto riferibile ad Alessandro Presutti ed a Francesco Sirica, costituito da tre società con sede nella Capitale, operanti nel settore del commercio di autovetture e nella compravendita immobiliare, nonché da un’ulteriore società svizzera, da considerarsi la “cassaforte” del gruppo, alla quale attribuivano la titolarità di immobili ubicati a Roma, già offerti in garanzia per i prestiti a tassi usurari e successivamente acquisiti. Sottoposti a sequestro penale diverse società di commercio autovetture e altri beni per un valore di oltre 16 milioni e mezzo di euro.

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