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Cannes, Palma d’Oro alla Svezia. Premio “riparatore” a Nicole Kidman

E alla fine trionfò il nuovo cinema scandinavo. “The Square” dello svedese Ruben Ostlund ha sbaragliato l’agguerrita concorrenza, aggiudicandosi l’agognata e inaspettata Palma d’Oro per il miglior film in un’edizione che doveva essere memorabile e che tale non è stata.

La giuria internazionale, presieduta dal cineasta iberico Pedro Almodovar, si è trovata di fronte un numero consistente di pellicole di buon livello ben lontane, però, dal capolavoro atteso che avrebbe messo a tacere tutte le divergenze di opinione. Per cui pare che il titolo prescelto sia riuscito a mettere d’accordo più o meno tutti (Paolo Sorrentino compreso) con la sua storia di ordinaria e corrosiva modernità connessa all’allestimento di una mostra di arte contemporanea.

Piazza d’onore per gli sciovinisti padroni di casa che si sono tenuti ben stretto il Gran Premio della Giuria grazie al promettente talento di Robin Campillo, autore dell’impegnato e commovente “120 Battements par Minute”, opera incentrata sul dramma dei sieropositivi (omosessuali) degli anni ’90 ed evidentemente molto amata dall’ex trasgressivo Almodovar.

Terzo, in ordine di importanza, il Premio della Giuria conferito al russo “Loveless” di Andrey Zvyagintov, per la maggioranza dei critici defraudato del massimo riconoscimento. Comunque la sua trama di esistenze prive d’amore ha colpito al punto da assicurarsi una distribuzione internazionale quasi certa.

Migliori interpreti lo statunitense Joaquim Phoenix, adulto disperato in difesa delle piccole e innocenti vittime di violenze sessuali nel durissimo “You Were Never Really Here” diretto dalla talentuosa Lynne Ramsay, insignita di un giustissimo premio alla sceneggiatura ex aequo con la tragedia greca “The Killing of a Sacred Deer” del controverso e sperimentale Yorgo Lanthimos; e la teutonica, arruolata a Hollywood, Diane Kruger per il suo pregevole “one woman show” nel crudo “In the Fade” del turco/tedesco Fatih Akin.

L’americana, figlia d’arte, Sofia Coppola non ha ovviamente perso l’appuntamento con il palmares, aggiudicandosi il prestigioso trofeo alla regia per il remake in costume “The Beguiled” e diventando la seconda donna in assoluto a imporsi nella suddetta categoria.

Non poteva, infine, mancare una citazione per l’autentica regina della kermesse, l’eterea, inarrivabile Nicole Kidman, troppo divina per essere paragonata ai comuni (mortali) colleghi. I laboriosi e scaltri giurati si sono, così, inventati un alloro creato ad hoc, quello speciale per la 70esima edizione, quasi a dire che non poteva esserci, dal principio alla fine, competizione tra lei e il resto del mondo. La star, prontamente ripartita per l’oltreoceano, non ci ha, però, risparmiato il classico comunicato di circostanza nel quale si è definita “devastata” (esagerazione o ironica constatazione?) per la sua assenza in Croisette (dopo avervi soggiornato per quasi tutta la durata dell’evento).

Ritirare di persona un roboante e ingombrante surrogato di una Palma vera (quella di migliore attrice per intenderci) non fa certamente al caso di un’autentica vincente che, forse, avrebbe voluto e meritato un riconoscimento per un singolo film, più che per celebrare un’intera carriera tra l’altro ancora attivissima, ma che i giurati non hanno avuto la voglia di attribuirle o, ancora meglio, il coraggio di lasciarla a mani vuote.

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