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Antonino D’Anna, il vaticanista diventa scrittore di gialli

Classe 1980, cravatta blu scelta perché, a suo dire, “infonde sicurezza”, un sorriso contagioso e una stretta di mano possente, si tratta di Antonino D’Anna, uno dei migliori vaticanisti oggi presenti in Italia.  Laureato in Legge alla Cattolica di Milano nel 2004, ha buttato la toga alle ortiche e si è messo a scrivere di Vaticano per affaritaliani.it dopo un breve esordio nelle pagine della cronaca milanese di Avvenire. Oggi è il vaticanista del quotidiano ItaliaOggi, concorrente del Sole 24 e collaboratore del prestigioso think tank Formiche.net.

Si presenta a noi definendosi “esordiente” nell’ambito della narrativa romanzesca, ma il suo curriculum sembra gridare tutt’altro. Ha pubblicato Corpi da gioco (Elledici 2007) con don Fortunato Di Noto, I figli del terremoto (Santocono 2009), memorie del vescovo emerito di Acerra Antonio Riboldi sul terremoto del Belice del 1968. Per affaritaliani.it ha preparato in ebook Ad ogni morte (o dimissione) di Papa, che nel 2013 ha narrato l’elezione di Papa Francesco. Il Sangue del Crocifisso (Segno, 2014), è, invece, il racconto del mistero che circonda il Crocifisso Miracoloso di Asti, sparito negli anni ’30 in Vaticano.

“Esordiente perché ‘Perso nel Vento’ (romanzo pubblicato in ebook, N.d.R.) è il mio primo divertissement” dice, non celando uno spirito di grande umiltà. “Sono tempi difficili per i libri” confessa, lasciando intravedere uno sguardo languido, “ma tempi in cui riporre ancora fiducia nella cultura” conclude speranzoso.

Una speranza che non l’ha mai abbandonato e che ha fatto vessillo della sua esistenza. “E passione, speranza e passione” aggiunge, introducendo al meglio l’intervista, perché d’altronde, come dice la Puccini in un recente film su Oriana Fallaci: “E l’ho fatto perché io non so vivere senza passione, non so combattere senza passione, con passione scrivo […]. Ma (questo) è perché amo disperatamente la vita”.

 

Da “giornalista vaticanista” a “giallista”, due modi diversi di vedere la scrittura, com’è nato in lei il desiderio di diventare uno scrittore?

Semplicemente dall’amore di raccontare una storia. Ha sempre fatto parte di me, del mio modo di essere. Il giornalismo è per raccontare storie – spero – interessanti per i miei lettori che magari vogliono un’informazione più “laica”, più centrata sugli assetti ed equilibri di potere interni alla Curia anziché alla “solita” cronaca che racconta il Papa nelle sue uscite pubbliche e religiose. Un’informazione un po’ meno passiva e più “croccante”, come diceva un mio direttore: le storie che racconto nei miei scritti, diciamo così, extraprofessionali, nascono anch’essi dal piacere più antico del mondo che è quello di raccontare una storia a qualcuno, ma come semplice divertissement. Questo è il caso di Perso nel Vento.

Viviamo in un’epoca profondamente materialista. Quanto “giallo” c’è nella fede? In breve, secondo lei, chi o cosa sta uccidendo la religione?

Bella domanda! Diciamo che forse dovremmo riprendere in mano un ex cattolico come Umberto Eco, che nel Nome della Rosa mette a confronto due visioni della religione (ma anche della società) nel dialogo finale tra Fra Guglielmo da Baskerville e Jorge da Burgos, il “cattivo” che ha spalmato di veleno il volume perduto di Aristotele. È sostanzialmente lo scontro tra la certezza assoluta della fede, che non ammette l’esistenza di gialli – per usare le sue parole – e quella che, invece, si fa prendere dal dubbio. È chiaro che non metto in discussione i dogmi: a quelli si deve credere per fede, però è normale che uno possa a volte vacillare nella propria fede. Per fortuna l’ironia di Dio, che può essere a volte feroce ma che non abbandona mai nessuno di noi, riesce a intervenire al momento opportuno riportandoci in carreggiata.

A uccidere la religione, fondamentalmente, è stata la sostituzione di una serie di valori col nulla assoluto. Si è fatta molta pars destruens, ma quella construens è stata inutile. Dopo la fine del Concilio Vaticano II nel 1965, dopo il ’68 e la difficile stagione (anche per la Chiesa) degli anni ’70, ci siamo resi conto che la politica non poteva sostituire i vecchi valori; nemmeno la rivoluzione brigatista o dei neofascisti, se guardiamo all’Italia; nemmeno l’arroganza craxiana o l’edonismo reaganiano. Poi dai primi anni ’90 l’economia ha cercato, grazie, al capitalismo trionfante, di imporre una sua morale: il profitto in nome del profitto, ecco tutto. Ma il profitto non si occupa degli uomini, non gl’importa del nostro benessere: importa solo aggiungere un dato positivo alla fine dell’anno. Giovanni Paolo II – che di capitalismo e marxismo ne capiva, e anche tanto – scrisse nella Centesimus Annus, 25 anni fa, che se il capitalismo così com’è non funziona allora va riformato. E’ passato un quarto di secolo ma non l’hanno ascoltato. Oggi siamo al vuoto morale, ma con le tasche piene: l’umanità sazia e disperata di cui parlava Paolo VI già nel 1967 continua ad essere tale.

Il suo romanzo è ambientato in Calabria, terra arida quanto feconda, come mai l’ha scelta?

È la mia terra dove sono nato e in parte cresciuto. Ho anche radici siciliane e mi sono quindi mosso tra questi due mondi, due anime diverse. “Calabria e Sicilia sono sorelle nella sfortuna”, ho sentito dire ad un amico di mio padre negli anni ’90. Diciamo che non diceva fesserie: però sono terre in cui ancora (come in Campania, come nel Meridione d’Italia in generale) il lato umano e una certa fede ingenua riescono a colorare la vita. Spiace però vedere che la mia gente accetti supinamente un certo andazzo di cose – cominciando dalla criminalità organizzata – quasi fosse qualcosa di inevitabile, come bagnarsi quando piove. Non è questo che aiuta il nostro Sud né, tantomeno, il sentirsi “terroni”. Sono un meridionale, non un terrone: ho dietro di me 2.500 anni di civiltà e vado per il mondo di cui sono cittadino senza vergogna per quello che sono. Se ognuno di noi si rendesse conto di questo forse, e dico forse, non accetterebbe certe storture delle nostre terre.

Il nome del suo protagonista, Antonio, rimanda al suo “Antonino”, lo ha selezionato per evidenziare una certa somiglianza con il suo personaggio?

No, ho scelto questo nome perché è molto diffuso in Calabria. Non penso che l’autore debba comparire in prima persona: serve distacco. Anzi, ho una certa lontananza dal nome Antonio perché hanno sempre sbagliato a scrivere il mio nome correttamente nelle pagelle a scuola e nei documenti di cui potevo avere bisogno. Una volta mi hanno anche sbagliato il passaporto, Antonio al posto di Antonino, ma pazienza.

“Perso nel vento” è ambientato negli anni ’70, nostalgia della fine del ‘900 o scelta del tutto casuale?

Nostalgia di un mondo che stava cambiando. La Calabria degli anni ’70-’80 in cui ero bambino era un posto semplice, dignitoso, nel quale tutti bene o male avevano un lavoro o la possibilità di andarselo a cercare al Nord. Il benessere era lentamente arrivato anche da noi: molto poco, ma era arrivato. La gente era semplice e nelle televisioni a colori abbiamo potuto vedere Milano e le Tv commerciali che descrivevano un futuro fantasmagorico, sembrava dovessimo andare a vivere sulla Luna nel giro di qualche anno e l’automazione, l’informatica, avrebbero portato un’accelerazione tremenda e un progresso inattesi. Oggi invece viviamo di precariato e ci facciamo foto orrende con il selfie, il massimo dell’inutile e della fuffa. Per non parlare della violenza verbale gratuita dei social network: negli anni ’80 la gente era più serena e meno incazzata di oggi. E parlava più a proposito.

Perché la scelta di esordire con un’autopubblicazione e non aspettare, magari, la risposta di una casa editrice?

È stato un tentativo. Era una piccola storia che avevo scritto e lasciato a vegetare una decina di anni fa: poi un giorno l’ho ripescata, l’ho riletta, ho visto che funzionava. E allora ho pensato di farne un ebook in propri. Spero che chi lo leggerà possa divertirsi e appassionarsi come mi sono divertito e appassionato durante la sua stesura.

Descriva con tre aggettivi il suo romanzo.

Semplice, affascinante, saporito. Ha un buon sapore, profuma di un mondo diverso che a qualcuno piacerà ed altri scopriranno. Gli anni ’70 non furono solo piombo, furono prima di tutto gente: persone, movimenti, idee, colori. Dopo è venuto il riflusso degli ’80, il minimalismo dei ’90 e… La sfiga di oggi.

Ha altri progetti letterari? Se sì, sempre da proporre attraverso un’autopubblicazione o, questa volta, desidera la man forte di una casa editrice?

Sì, due. Uno è un giallo che sto scrivendo in questi giorni e che mi sta divertendo moltissimo: si chiama La vasa dei cornuti (è un’espressione siciliana che indica una partita in cui tutti o quasi i giocatori si ritrovano perdenti). E ho appena spedito in visione ad alcune case editrici L’imbroglione, un ritratto molto crudo dell’ipocrisia e delle bufale che avvolgono e intossicano la società in cui viviamo. Perché oggi come oggi non c’è niente di meglio di una bella menzogna, secondo il mainstream corrente.

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