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‘Ndrangheta, operazione “Sansone”: colpita la cosca Condello

Estorsioni, danneggiamenti, minacce, detenzione di armi comuni e da guerra, favoreggiamento. Sono alcuni dei reati, tutti aggravati dalla finalità mafiosa, contestati a vario titolo alle 26 persone, appartenenti, secondo la Dda di Reggio Calabria, alla cosca Condello operante nella città dello Stretto e nell’hinterland, fermate nell’ambito dell’operazione “Sansone”, eseguita martedì 15 novembre dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria.

Complessivamente, le indagini avrebbero permesso di documentare 20 episodi estorsivi, consistiti nella pretesa di ingenti somme di denaro, ai danni di imprese operanti nei settori della raccolta dei rifiuti solidi urbani e delle costruzioni in generale o del movimento terra.

Le ditte erano impegnate nello svolgimento di servizi ed opere, sia private che di interesse pubblico, i cui proventi sarebbero stati suddivisi tra le cosche alleate dei Condello, il cui potere si estendeva anche su Villa San Giovanni, centro limitrofo a Reggio, grazie ai collegamenti con i Buda-Imerti, secondo equilibri maturati in seguito alle sanguinose guerre di ‘ndrangheta che negli anni Ottanta e Novanta contrapposero il clan a quello dei De Stefano di cui i Condello erano originariamente alleati.

L’operazione “Sansone” è frutto del lavoro svolto in contemporanea dal Ros, incaricato sia delle ricerche di Domenico Condello, 60 anni, detto “U Pacciu”, inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi stilato dal Ministero dell’Interno, che delle attività di contrasto all’assetto associativo della cosca Condello, e dal comando provinciale di Reggio Calabria, interessato alle dinamiche criminali delle cosche Zito-Bertuca e Bud-Imerti, operanti nell’area di Villa San Giovanni, Fiumara e dintorni, nonchè alle attività dei Garonfalo, operativi a Campo Calabro. Il punto di contatto delle due indagini è costituito dall’influenza della cosca Condello nell’area di Villa S. Giovanni e nelle zone limitrofe.

Le indagini hanno messo in luce la presenza, nell’area villese, di una forte pressione estorsiva e di un controllo criminale esercitato congiuntamente, da più cosche, in modo capillare come attesterebbero le parole di uno degli indagati che, nel corso di un colloquio in carcere con la sorella e con il nipote, invitò i familiari a riferire ad un complice incaricato della riscossione dei proventi estorsivi di “non lasciare scampo a nessun”, indicando loro un imprenditore che doveva essere il primo a pagare.

Il controllo esercitato sul territorio era così ampio e penetrante che gli esponenti delle consorterie mafiose, oltre a condizionare la vita economica del territorio villese dove l’avvio di iniziative economico-imprenditoriali doveva ricevere il placet degli esponenti delle varie cosche, erano in grado di risalire agli autori dei furti in abitazione e di veicoli, dei danneggiamenti, e di attivarsi per la restituzione dei beni ai legittimi proprietari, anche dietro il pagamento di una somma di denaro.

I rapporti tra le cosche avrebbero anche fatto registrare criticità derivanti dalla duplicazione delle richieste estorsive tali da determinare, in alcuni casi, incontri diretti tra i referenti dei diversi schieramenti finalizzati a chiarire le rispettive posizioni.

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