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Omicidio Turi Mazinga, quattro fermati nel Ragusano

Gli agenti della squadra mobile e del commissariato di Vittoria hanno eseguito il fermo di indiziato di delitto, disposto dal procuratore. Carmelo Petralia e dal sostituto Andrea Sodani, a carico di Giacomo Iannello, 50 anni, residente a Vittoria, Carmelo Iannello, 74, residente ad Altolia (Messina), Yvan Cacciola, 19, residente ad Altolia, e Giuseppe Scionti, 28, residente a Messina nel villaggio Altolìa.

I quattro, secondo l’accusa, in concorso fra loro, dopo essersi appostati all’interno del cortile del magazzino autoricambi di Salvatore Nicosia, detto “Turi Mazinga”, ed averne atteso l’arrivo, cagionavano la morte dell’uomo, esplodendo al suo indirizzo due colpi di fucile da caccia a pallini calibro 12, reato aggravato dall’aver agito con premeditazione. Il gip Giovanni Giampiccolo ha convalidato i fermi e applicato la custodia cautelare in carcere per tutti gli indagati.

La mattina del 12 settembre, la polizia veniva avvisata da un vittoriese che all’interno del negozio di autoricambi attiguo alla sua attività commerciale giace il cadavere di Salvatore Nicosia, classe 1977, soprannominato “Turi Mazinga” per la sua corporatura robusta. Erano le 10.15 quando la Volante del Commissariato prima e gli investigatori della squadra mobile a seguire, sono arrivati sul posto. All’interno dell’officina si individuavano con facilità i colpi di fucile andati a vuoto così come quelli che avevano attinto la vittima.

Considerato quanto raccolto dai testimoni (anche familiari della vittima), le indagini permettevano di escludere che si trattasse di un delitto di mafia, nel contempo divenendo più complesse poiché nessun aiuto veniva fornito dalle persone a lui più vicine ed erano in tanti coloro che avevano avuto problemi con lui nel passato anche recente.

Nonostante tutte le difficoltà, un team di investigatori si dedicava sin da subito alla raccolta dei dati utili alle indagini. Numerose le persone ascoltate negli uffici di Polizia e tantissimi i dati acquisiti dalle telecamere pubbliche e private.

Nel prosieguo delle indagini, anche grazie a pregresse attività investigative, sia su Giacomo Iannello che sulla vittima, gli investigatori acquisivano informazioni sulla famiglia. Dai primi riscontri sulla famiglia Iannello, appariva chiaro che la moglie di Giacomo mentisse sulla loro interruzione, da mesi, del rapporto di coniugio. Al riguardo è stato sufficiente l’esame dei tabulati telefonici della famiglia e l’acquisizione dei video di alcuni impianti (anche di quello di casa Iannello) per apprendere che i familiari stessero coprendo gli autori del reato.

A riscontro di quanto sospettato venivano analizzati gli spostamenti delle macchine in uso a Iannello Giacomo ed al padre, dati che permettevano di appurare che entrambi frequentassero Vittoria assiduamente e che proprio la notte prima dell’omicidio erano giunti con due macchine a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro nella città di Vittoria, così come nei giorni immediatamente prima il fatto reato.

Le analisi dei tabulati telefonici permettevano di apprendere che i loro telefoni avevano agganciato le celle prima di Messina e poi di Vittoria, dato che contrastava con quanto dichiarato dai familiari.

Considerati i sospetti sulla famiglia Iannello, gli uomini della Polizia di Stato, sempre coordinati dalla Procura di Ragusa, decidevano di intervenire, a distanza di poche ore dall’omicidio, presso la casa di campagna di loro proprietà, poco distante dal luogo dove nel contempo era stato rinvenuto il furgone della vittima utilizzato dai killer per fuggire dopo l’omicidio.

Da una prima ispezione, proprio vicino ad una delle macchine in uso ai due Iannello, veniva rinvenuto un biglietto di proprietà della vittima, dove il defunto aveva appuntato, pochi giorni prima di essere ucciso, una lista di ricambi auto di una cliente.

Dopo una continua elaborazione dei tabulati telefonici si riscontravano alcune anomalie, arrivando anche ad un soggetto domiciliato ad Altolia, Yvan Cacciola, 19enne.

Giacomo Iannello, dalle notizie apprese dagli investigatori, aveva lasciato Vittoria un anno addietro per motivi ancora da chiarire, probabilmente per debiti maturati anche con la vittima. Giacomo era andato a vivere a casa del padre Iannello Carmelo originario di Altolia dove si occupava di coltivare dei terreni. Considerato che il rapporto tra il giovanissimo Cacciola e Giacomo insospettiva gli inquirenti, veniva disposta una perquisizione a casa sua e dei due Iannello.

A distanza di pochi minuti dall’arrivo della polizia, con l’ausilio della squadra mobile di Messina, lo stesso Yvan ammetteva di essere arrivato con i due Iannello la notte prima dell’omicidio a Vittoria e di essere andato via subito dopo l’evento delittuoso di cui lui aveva saputo solo dalle notizie web.

Dopo aver completato la perquisizione, Cacciola veniva accompagnato in Questura a Ragusa dove veniva prelevato il suo Dna e veniva fotosegnalato. Da quel momento Cacciola veniva escusso come persona informata sui fatti proprio perché era stato a Vittoria insieme ai due Iannello il giorno dell’omicidio, asserendo di essere venuto in tempo di notte per dover effettuare dei lavori in casa loro. La scusa non era credibile, pertanto incalzato dagli investigatori e dallo stesso pubblico ministero, il giovane forniva a questo punto elementi fondamentali per la ricostruzione della dinamica dell’omicidio.

Al termine dell’escussione del giovane, il pubblico ministero emetteva un provvedimento di fermo come indiziato di delitto a carico di Iannello padre e figlio che nel contempo, onde evitare la fuga, erano stati condotti in Questura. Il provvedimento immediatamente eseguito dagli uomini della squadra mobile di Ragusa e del commissariato di Vittoria, veniva poi convalidato dal Gip, che disponeva la custodia cautelare in carcere.

Nessuna notizia stampa veniva divulgata proprio perché gli investigatori erano certi che qualcosa ancora dovesse essere chiarita, difatti l’intuito investigativo e i dati raccolti, permettevano di acquisire ulteriori elementi dalle conversazioni di Cacciola che era stato volutamente lasciato libero. Dalle intercettazioni veniva identificato Giuseppe Scionti che, insieme a Cacciola, il giorno stesso dell’omicidio si era allontanato da Altolia per poi fare rientro nel paese di residenza dopo qualche giorno, proprio dopo aver creduto di averla fatta franca.

A questo punto, a distanza di una settimana esatta dal fermo dei due Iannello, si decideva di intervenire nuovamente presso Altolia a casa di Scionti e Cacciola. Nelle more dei controlli effettuati insieme alla Squadra Mobile di Messina, Cacciola ammetteva di non aver detto tutta la verità e forniva una nuova versione che vedeva il coinvolgimento di Scionti Giuseppe, quale autore, insieme ai due Iannello dell’omicidio di “Turi Mazinga”.

I racconti dei due giovani erano contraddittori nei punti più salienti. L’esame incrociato dei due ragazzi e le contestazioni fatte mediante la visione di immagini del sistema di video sorveglianza e dei tabulati telefonici, permettevano di acquisire ulteriori elementi a loro carico.

Considerati gli indizi di reato a carico dei due, il pubblico ministero decideva di interrogare senza ritardo gli indagati ed alla presenza dei difensori, gli stessi ammettevano di aver preso parte al commando seppur con ruoli diversi e cercando di affievolire la loro posizione.

Entrambi asserivano di aver preso parte in modo minore all’azione omicidiaria fornendo elementi a carico dei due Iannello di piena responsabilità, descrivendo in ogni dettaglio l’evento reato ma andando in contrasto tra loro rispetto alle dichiarazioni rese.

I due giovani, però, non hanno voluto ammettere fino in fondo quanto da loro compiuto ma, la Polizia di Stato ha comunque acquisito a loro carico elementi inequivocabili, ovvero quei gravi indizi di colpevolezza che hanno permesso al pubblico ministero di sottoporre a fermo di indiziato di delitto anche loro a distanza di una settimana dal fermo dei due Iannello.

Il delitto era stato pianificato in ogni dettaglio ma qualche errore è stato commesso, pertanto la polizia è riuscita a raccogliere elementi a carico dei quattro, fondamentali per sottoporli a fermo, con contestuale applicazione della misura cautelare della custodia in carcere dove attualmente si trovano in attesa del processo.

Le armi, nonostante la parziale collaborazione dei due giovani messinesi, non sono state ancora trovate ma sono in corso le ricerche. Anche se non indispensabili, stante gli elementi già raccolti a loro carico, potrebbero essere gli stessi indagati ad indicare l’esatto luogo dove si sono disfatti dei fucili.

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