Esteri

Carri armati turchi in Siria, bombardate le postazioni dell’Isis

L’operazione era stata annunciata ed era già nelle intenzioni del governo di Ankara. Così questa notte, alle 4 ora locale (le 3 in Italia), le forze turche hanno sconfinato in Siria e hanno condotto i primi raid contro i jihadisti dello Stato Islamico nella città di Jarablus, vicino al confine tra Siria e Turchia, dove, secondo l’agenzia Anadolu, sono riusciti a entrare i ribelli dell’Esercito siriano libero. L’operazione “Scudo dell’Eufrate” è condotta in maniera congiunta dai militari di Ankara e dai ribelli siriani con la coalizione anti-Is a guida Usa, ma è stata nettamente condannata da Damasco. Alcune immagini della “Cnn Turk” mostrano il centro della città semi-deserto, facendo ipotizzare che i miliziani dell’Is l’abbiano.

L’emittente televisiva “Ntv” ha annunciato che una prima unità delle forze speciali turche e numerosi carri armati erano riusciti a entrare per qualche chilometro in territorio siriano, seguiti poi dagli F-16, che hanno sganciato bombe su almeno 81 postazioni dei jihadisti. I raid sono avvenuti mentre centinaia di ribelli dell’Esercito siriano libero entravano in Siria dalla Turchia per sferrare l’offensiva e conquistare Jarablus: hanno prima ripreso il controllo di quattro villaggi, tra cui Keklice, situati a pochi chilometri di distanza, e poi, secondo quanto annunciato in serata da Ankara, quello della città. Secondo l’agenzia curda Hawar, almeno 29 civili sarebbero rimasti uccisi nei bombardamenti, mentre la Dogan ha riferito di 46 morti tra i miliziani dell’Is.

L’obiettivo dei raid – si legge in una nota diffusa dal governo di Ankara – “è ripulire il distretto di Jarablus, nella provincia di Aleppo, dalla presenza di elementi dell’Is”. E anche secondo l’agenzia di stampa ufficiale turca Anadolu, il fine è “rafforzare la sicurezza al confine e difendere l’integrità territoriale della Siria”. L’intervento, infatti, sarebbe scattato “in risposta agli attacchi terroristici in territorio turco” e dopo che colpi di mortaio partiti dal territorio siriano hanno raggiunto Karkamis e Kilis, località turche vicine al confine tra i due Paesi. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ieri aveva dichiarato: “Non vogliamo la presenza dell’Is in Iraq e in Siria. Daremo tutto il nostro sostegno all’operazione volta a cacciare l’Is da Jarablus”. E nell’ambito della coalizione anti-Is gli Stati Uniti hanno annunciato che forniranno copertura aerea e consulenza alle forze turche e ai ribelli.

Ma in Siria la Turchia vuole colpire anche le postazioni delle milizie curde che combattono i jihadisti e che finora erano state supportate dagli Usa. Sia l’Is sia le formazioni curde, infatti, sono considerati da Ankara organizzazioni terroristiche. Posizione confermata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan che in un discorso trasmesso da Al Jazeera ha ricordato come l’obiettivo dell’operazione sia quello di “mettere fine ai problemi di frontiera” e di garantire il diritto “all’autodifesa della Turchia”.

Immediata la reazione di Saleh Muslim, leader del Partito dell’Unione democratica (Pyd), la forza politica dei curdi siriani, che ha scritto su Twitter: “La Turchia verrà sconfitta in Siria così come l’Is”. Mentre un altro esponente della Pyd, Aldar Khalil, ha definito l’intervento turco come “una violazione della sovranità siriana e una vera dichiarazione di guerra”. Allo stesso modo, l’offensiva turca è stata condannata come violazione di sovranità dal governo siriano, secondo cui l’incursione militare ha il solo scopo di sostituire i terroristi dell’Is con altri terroristi come i ribelli. Anche la Russia si è detta preoccupata dall’intervento turco in Siria.

L’operazione delle forze turche in Siria è iniziata in un giorno particolare sul fronte diplomatico. Questa mattina ad Ankara è arrivato il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden: una visita importante, visto che i rapporti tra Turchia e Usa sono ormai tesissimi dopo il tentato golpe del 15 luglio. Al termine della visita al Parlamento nella capitale turca, Biden ha paragonato le immagini del tentato golpe a quelle degli attacchi dell’11 settembre 2001. Ha poi chiarito che gli Usa non erano a conoscenza dei piani dei golpisti e che sono pronti a collaborare con l’alleato turco, a condizione che rispetti i canoni di legalità e rafforzi la sua democrazia.

Ma al centro dei colloqui tra il vice di Barack Obama, Erdogan e il premier turco Binali Yildirim, naturalmente, c’è anche la richiesta avanzata dalla Turchia di estradizione dell’imam Fethullah Gulen, che vive in Pennsylvania ed è considerato la mente del fallito colpo di stato. Dopo aver definito “comprensibile” la “collera” della Turchia nei confronti di Gulen, Biden ha sottolineato che per arrivare alla sua estradizione servono prove che finora non sono state presentate e che Washington non ha “alcun interesse a proteggere una persona che avrebbe nuociuto a un alleato”, ma “abbiamo anche la necessità di rispettare le esigenze in materia di norme giuridiche”. Secondo Biden, i tempi del procedimento “dipenderanno dalle prove che saranno presentate” perché “quando si va davanti a un Tribunale americano non si può dire ‘è un individuo sporco’, si deve dire ‘è un uomo o una donna che ha commesso questo o quest’altro crimine'”.

Allo stesso modo, il vice di Barack Obama ha confermato che, per quanto riguarda la situazione in Siria, gli Usa hanno imposto ai curdi di non passare a ovest del fiume Eufrate e di non avanzare, pena la perdita del sostegno americano.

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