Gricignano

Gricignano, tragico parto trigemellare: 15 sanitari verso rinvio a giudizio per la morte di Francesca Oliva

Gricignano – Avvisi di chiusura delle indagini e, probabilmente, prossima richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 15 operatori sanitari indagati per la morte di Francesca Oliva, la 29enne di Gricignano deceduta nel maggio 2014, insieme a due dei tre gemelli che portava in grembo, durante il parto alla clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno.

L’INDAGINE – Dopo la morte della giovane mamma, avvenuta per setticemia, fu aperto un procedimento dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, con la notifica di avvisi di garanzia a medici dell’ospedale “San Giuliano” di Giugliano e della clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno. Un atto dovuto per chiarire se ci fossero state o meno negligenze nelle cure mediche. Uno dei bambini, infatti, era deceduto una decina di giorni prima del tragico episodio ma nessun medico l’aveva notato.

IL QUADRO ACCUSATORIO – Il sostituto procuratore Sabrina Fornaro ipotizza il reato di concorso in omicidio colposo per gli specialisti in ostetricia e ginecologia delle due strutture sanitarie. I fatti contestati, si legge nell’avviso della Procura, riguardano “…i periodi di ricovero effettuati dalla paziente Oliva in gravidanza trigemina alla 21esima settimana di gestazione, affetta da algie pelviche e da iperpiressia con temperature talvolta elevate, nelle due strutture ospedaliere sopraindicate nonché in occasione degli accessi al pronto soccorso, precisamente dall’8 al 14 maggio 2014 (periodo di ricovero presso l’ospedale San Giuliano), in data 19 maggio 2014 (allorquando la paziente effettuava un accesso al pronto soccorso dell’ospedale San Giuliano), e dal 22 al 24 maggio 2014 (periodo di ricovero presso la clinica Pineta Grande)”. Da parte dei sanitari si ipotizza “colpa, in particolare con negligenza, imprudenza e imperizia consistite nell’ometterc gli accertamenti necessari al fine di addivenire ad una diagnosi corretta della patologia della paziente, con conseguente adozione di un percorso terapeutico inadeguato rispetto alle condizioni cliniche sussistenti”.

Dopo aver visitato la paziente il 7 maggio e averle diagnosticato una minaccia d’aborto, il ginecologo di fiducia della Oliva, scrive il magistrato, aveva “praticato un intervento di cerchiaggio cervicale (in data 8.05.14), a fronte della presenza di una già significativa leucocitosi (16.300) con neutrofìlia (77,8%), emersa dagli esami ematochimìci effettuati nel primo giorno di ricovero, ometteva, per tutta la durata del ricovero presso l’ospedale San Giuliano, ed anche in occasione dell’accesso al pronto soccorso del 19 maggio, di monitorare l’andamento dei predetti valori, atteso che non ripeteva gli esami in questione, e non procedeva ad effettuare tamponi cervice-vaginali volti alla ricerca microbiologica e all’eventuale rilevazione della presenza di uno stato infettivo”.

Successivamente alla dimissione della paziente, datata 14 maggio, e all’accesso in pronto soccorso del 19 maggio, il ginecologo, scrive ancora il sostituto procuratore, “non forniva alla Oliva alcuna prescrizione ‘di uscita’, omettendo anche in questa fase di indicarle la necessità di effettuare nuovi emocromi ed esami microbiologici”.

Secondo l’accusa, altri medici che ebbero in cura Oliva con la turnazione documentata in atti durante il periodo di ricovero della ragazza al San Giuliano, “realizzavano le medesime omissioni” poste in essere dal ginecologo, “continuando a trascurare la necessità di monitorare le alterazioni ematochimiche emerse l’8 maggio e di procedere alla ricerca microbiologica. Con le predette omissioni, non diagnosticavano la presenza di una contaminazione batterica corioamniotica e, conseguentemente, non procedevano alla terapia adeguata per tali condizioni cliniche, ossia la somministrazione di un antibiotico ad ampio spettro, praticando, invece, una terapia farmacologica inidonea, adottata in considerazione della diagnosticata minaccia d’aborto (potenzialmente presente ma verosimilmente costituente un indice, più precisamente un ‘epifenomeno’, della contaminazione batterica sottostante)”.

Ancora, uno specialista “provvedeva all’accettazione della paziente al momento del ricovero alla clinica Pineta Grande in data 22 maggio, il quale effettuava un’ecografia alla paziente, omettendo di constatare l’assenza del battito cardiaco di uno dei tre feti, (certamente già deceduto in quella data alla luce delle risultanze dell’esame autoptico e delle condizioni di macerazione, attestate nella documentazione clinica, che connotavano il feto al momento dell’estrazione con il taglio cesareo), ed, in tal modo, non rilevando un dato, ossia la morte endouterina di Giuseppe Puca (uno dei gemelli, poi deceduto, ndr.), che avrebbe favorito la maggiore comprensione degli eventi clinici, trattandosi di un importante indicatore prognostico”.

Coloro che ebbero in cura Oliva con la turnazione documentata in atti durante il periodo di ricovero alla clinica Pineta Grande, a fronte della presenza di un’allarmante leucocitosi (21.300) con marcata neutrofilia (94,0%), emersa dagli esami ematochimici effettuati in data 22 maggio, alle ore 14.47, nonché del successivo valore di 35.800 GB con neutrofìlia 95.2%, risultante da emocromo delle successive ore 16.11, sempre secondo l’accusa avrebbero “omesso di diagnosticare la presenza di una sepsi generalizzata e della contaminazione corioamniotica, nonché, conseguentemente, di procedere all’immediata attuazione della terapia antibiotica adeguata ad ampio spettro (apportando solo la modifica, insufficiente di per se sola, inerente alle modalità di somministrazione dell’antibiotico, scegliendo, infatti, quella endovena)”.

Il sostituto procuratore fa poi presente che “la terapia farmacologica veniva finalmente modificata in modo idoneo solo poche ore prima dell’intervento del taglio cesareo, praticato il 23 maggio 2014, alle ore 21 (nello specifico nel pomeriggio del 23 maggio, intorno alle ore 18 veniva richiesta da altri sanitari, per i quali si procederà con richiesta di archiviazione, consulenza internistica e somministrato l’antibiotico ad ampio spettro, ma il decorso causale della sepsi si trovava ad uno stadio ormai irrimediabilmente avanzato)”.

Secondo tali condotte colpose, i sanitari delle due strutture ospedaliere avrebbero, si legge ancora nell’avviso di chiusura delle indagini, “cagionato la morte di Oliva Francesca, deceduta in data 24.05.14 alle ore 5.00 circa a causa dello stato di setticemia generalizzata con coinvolgimento multiorgano e grave insufficienza cardio-respiratoria conseguente alla presenza della corioamnionite, e di due dei tre feti che la donna portava in grembo, in particolare di Puca Giuseppe, estratto già privo di vita mediante il taglio cesareo praticato in data 23.05.14 alle ore 21.00 circa e deceduto, in data non meglio individuabile ma prossima al 22.05.14, a causa dello stato di contaminazione batterica secondario a corioamnionite e conseguente alla setticemia della madre unitamente all’immaturità dovuta all’interruzione della gravidanza nella 25esima settimana di gestazione, e di Puca Giorgia, estratta viva con il taglio cesareo ma deceduta in data 24.05.14 alle ore 14.00 circa a causa della grave immaturità dell’apparato respiratorio dovuta all’interruzione della gravidanza nella 25esima settimana di gestazione”.

Francesca Oliva morì nella notte tra venerdì 23 e sabato 24 maggio dopo il parto cesareo trigemellare nella clinica del litorale domizio. Era al sesto mese di gravidanza. Nulla da fare anche per la piccola Giorgia, vissuta nel grembo della madre per sei mesi, insieme agli altri due gemellini: il fratellino nato già morto e la sorellina Maria, l’unica sopravvissuta dopo un lungo calvario.

Ed è proprio sulle condizioni dei gemelli prima del parto che si concentrano le indagini condotte dai carabinieri. “L’unico elemento che abbiamo – spiegava il legale della famiglia, l’avvocato Raffaele Costanzo di Aversa, subito dopo l’avvio delle indagini – è che il bambino nato già morto in realtà non era deceduto da poco tempo, bensì da almeno dieci giorni. Questo ha del clamoroso. Perché nessuno, durante i ricoveri in varie strutture, lo ha mai detto? Non hanno voluto dirlo oppure non se ne sono accorti?”.

Già prima del parto ci sarebbero stati segnali evidenti di difficoltà di gestazione. La ragazza aveva dolori all’addome, febbre alta e perdite ematiche. “Eppure – spiega l’avvocato Costanzo – si continuava a dire che i bambini stavano bene”. Ma non è tutto. Francesca, racconta l’avvocato, sarebbe stata dimessa da varie strutture ospedaliere nonostante sintomi chiari ed evidenti. “Non è stata trattata con terapie opportune”, sostiene il legale aversano che, tra l’altro, si chiede “come mai, dopo il cesareo, nonostante i medici avessero constatato lo stato di macerazione avanzata del feto, è stata portata la ragazza in reparto?”.

I familiari hanno chiesto, in particolare, all’esperto nominato dal gip di accertare la condotta posta in essere dal ginecologo e medico curante ambulatoriale di Francesca, impiegato all’ospedale “San Giuliano” di Giugliano, sin dall’inizio della gravidanza fino al ricovero della giovane alla clinica “Pineta Grande”, con specifico riferimento alla visita ginecologica del 19 maggio 2014 all’ospedale di Giugliano, nonché le procedure utilizzate nella gestione clinica e strumentale della gravidanza, anche alla luce della particolarità del caso, ossia di un parto trigemellare. Hanno chiesto, inoltre, di accertare l’opportunità o meno di procedere all’intervento chirurgico di cerchiaggio cervicale in gravidanza trigemina e la validità delle procedure tecniche poste in essere con riferimento alle linee guida.

In alto il VIDEO dei funerali di Francesca e Giorgia

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