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Traffico di droga, sgominata a Varese banda albanese: 36 arresti

Varese – 36 soggetti tratti in arresto, oltre 140 chili di sostanze stupefacenti sequestrate (58 kg di cocaina, 18 kg di eroina, 31 chili di hashish, 34 chili di marijuana), unitamente a denaro contante per 170.085,00, due immobili, una pistola e 13 autovetture, è il bilancio finale dell’indagine denominata “Daku”, condotta dai finanzieri di Varese, sotto il coordinamento del pm Luigi Luzi della Procura della Repubblica di Milano.

L’attività investigativa, avviata nel mese di maggio 2014 e conclusa nei giorni scorsi, trae spunto da circostanziate acquisizioni informative che acclaravano l’esistenza di vari gruppi di soggetti di etnia albanese, in grado di introdurre nel territorio dello Stato consistenti partite di droga, destinandole a connazionali, italiani e magrebini gravitanti in una vasta zona geografica, ricompresa tra le regioni della Lombardia, del Piemonte e del Veneto.

All’esito delle prime mirate indagini delegate dalla Procura della Repubblica di Milano, venivano individuati i referenti dei sodalizi criminali in parola, prettamente stanziali tra l’Albania e l’Olanda, dove periodicamente si recavano al fine di definire l’acquisto di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente.

Le articolate indagini, condotte nell’arco di due anni mediante mirate attività di intercettazione, pedinamenti, appostamenti, incrocio ed analisi di dati, consentivano di appurare che, una volta acquistata in territorio olandese, la droga raggiungeva l’Italia attraverso il passo del “Frejus”, del “Brennero” e del “Monte Bianco”, abilmente occultata all’interno di autovetture, prevalentemente con targa tedesca o francese, dotate di appositi doppifondi raggiungibili con l’apertura di sofisticatissimi congegni meccanici.
Tali vani occulti, preparati ad hoc in Spagna dietro esborso di rilevanti somme di denaro, risultavano difficili da individuare ed apribili unicamente con l’inserimento di uno specifico “spillo” dentro un piccolo forellino, nella maggior parte dei casi celato dietro una falsa vite, che permetteva lo sblocco meccanico della serratura.

In alcune occasioni, unitamente allo stupefacente, all’interno di detti doppifondi, venivano rinvenuti anche degli apparati telefonici “criptati”, che gli indagati utilizzavano e sostituivano periodicamente, al fine di rendere difficilmente captabili le loro conversazioni.

Giunto a destinazione in Italia, lo stupefacente veniva, in alcune occasioni, “tagliato”, raffinato e lavorato all’interno di appartamenti in uso ad insospettabili soggetti, prima di essere introdotto sul mercato e venduto con la collaborazione di altri sodali sempre di etnia albanese.

La droga, se immessa sul mercato, avrebbe fruttato alla rete criminale un controvalore stimato di oltre 8 milioni di euro.

Le ingenti somme di denaro, frutto delle cessioni delle partite di droga, venivano inviate in Albania, dove venivano riutilizzate per l’acquisto di ulteriori partite di stupefacente da reintrodurre nel territorio italiano. Il trasferimento del denaro, posto in essere perlopiù da donne, avveniva in due modalità ben consolidate: viaggiando in aereo su tratte comunitarie ed usando impeccabili metodologie di occultamento sulla persona, oppure affidando il denaro agli autisti dei pullman che giornalmente coprivano la tratta Italia-Albania e che, ignari del contenuto, recapitavano i pacchetti con il denaro contante.

Una volta giunto in Albania, al bisogno, il denaro frutto dell’illecita attività posta in essere dal sodalizio, veniva fatto rientrare in Italia a mezzo bonifici bancari effettuati da sconosciuti “prestanomi”.

L’attività di indagine, supportata anche da accertamenti economico/patrimoniali, permetteva di appurare come, le somme di denaro ormai “ripulite”, consentivano anche di acquistare due unità immobiliari e relative pertinenze, site in una stessa palazzina ubicata nel comune di Asti.

Il complesso monitoraggio dei soggetti investigati, reso ancora più difficile dall’utilizzo di apparati telefonici “criptati”, sostituiti periodicamente dagli stessi al fine di eludere eventuali controlli e monitoraggi da parte delle forze di polizia, permetteva di compiere numerosi sequestri di droga ed arrestare i destinatari finali dello stupefacente.

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