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Regeni, i presunti rapitori “uccisi a sangue freddo” dalla polizia

Il Cairo – La banda che avrebbe ucciso Giulio Regeni sarebbe stata assassinata, “a sangue freddo”, dalle forze dell’ordine egiziane. Lo hanno riferito, all’Associated Press, due testimoni anonimi, i quali hanno sottolineato che sarebbero stati uccisi cinque uomini, non armati, a bordo di un minibus, dopo essere stati accerchiati da sette veicoli della polizia.

L’esecuzione sarebbe avvenuta intorno alle sei del mattino del 24 marzo: i poliziotti egiziani avrebbero bloccato il veicolo e aperto il fuoco, uccidendo poi alcuni componenti della banda che, riusciti a saltare fuori dal minibus, stavano tentando di scappare.

La polizia, raccontano ancora i testimoni (in anonimato per paura di ritorsioni), avrebbe lasciato i corpi in strada e confiscato le riprese delle videocamere di sorveglianza di case vicine.

L’accusa di aver ucciso  i componenti della banda era già stata mossa in varie interviste da Rasha Tarek, la figlia del cosiddetto “capobanda” Saad Tarek. Ma il ministero dell’Interno, in un comunicato ufficiale, parlò di uno “scontro a fuoco” in cui però le forze dell’ordine avevano lamentato solo danni a proprie vetture.

C’è dell’altro. Il giorno che Regeni fu rapito al Cairo i tre componenti della presunta banda di rapinatori, indicati come possibili responsabili del sequestro, erano molto lontani. Si sarebbero trovati sul delta del Nilo, nel governatorato di Sharqiyya. Lo hanno riferito Rasha e Sameh, i figli del capobanda Tarek Saad, riferendosi ad una località distante quasi tre ore dal quartiere di Dokki, luogo dove la sera del 25 gennaio era scomparso il ricercatore.

Rasha ha per la prima volta accusato apertamente il governo egiziano della responsabilità nell’uccisione di Regeni e dei successivi depistaggi dicendo all’Associated Press: “Accuso il ministero dell’Interno di tentare di coprire le proprie malefatte uccidendo la mia famiglia”. Mostrando anche delle foto, i due figli di Tarek hanno confermato quanto già riferito alla Cnn: “Il marito di Rasha era solo un imbianchino che si stava recando a compiere un lavoro a Tagammu al-Khamis, quartiere della periferia est del Cairo dove poi fu ucciso dalla polizia assieme al suocero, al cognato, a un amico pregiudicato e all’autista del minibus su cui viaggiavano”.

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